Saturnino Manfredi nasce il 22 marzo 1921 nella campagna ciociara di Castro dei Volsci, ma Nino Manfredi, uno dei giganti del cinema italiano del Novecento, nasce veramente nel 1945 a Roma quando si laurea in giurisprudenza con una tesi in diritto penale mai discussa in sede d’esame. “Signori professori – prende la parola di fronte alla commissione – io vi giuro, l’avvocato non lo farò mai”. “E allora perché si starebbe laureando in giurisprudenza? Che cosa vuole fare?”. “Frequento l’accademia nazionale di arte drammatica, ho sempre voluto fare l’attore”. “E adesso sta lavorando a qualcosa in particolare?”. “Arlecchino servitore di due padroni, di Carlo Goldoni”. “Bene, si esibisca”. Erminia Ferrari in Manfredi, compagna di una vita di Nino, non smetterebbe mai di raccontare la storia straordinaria passata con il marito. Alta, elegante, raffinata, bella, un viso luminoso con occhi profondi e intensi, si accomoda nel salotto della casa immersa nel verde dell’Aventino dove con Nino ha passato tanti giorni felici e anche quelli drammatici e dolorosi della malattia: “Cinquant’anni insieme, anche se in realtà mi sembrano sessanta perché in questi dieci anni dalla sua morte non ci siamo mai lasciati e mi batto per ricordare lo straordinario artista che è stato Nino. Proprio in queste sere a Bologna, grazie alla volontà del Comune e al lavoro della Cineteca, proiettano alcuni capolavori in piazza Maggiore e spero presto di riuscire a veder realizzata una mostra itinerante a Roma, per la quale sto lavorando da tempo”.

Da dove arrivava Nino Manfredi?
Da una famiglia di umili origini contadine, persone straordinarie. Castro dei Volsci è un paesino in Ciociaria, Romeo Manfredi, suo padre, per non rinunciare del tutto ai vizi spezzava la sigaretta in due, perché durasse di più. Un caffè al bar credo che non l’abbia mai preso. Si trasferirono a Roma, ma l’estate tornavano sempre in campagna. Il nonno Giovanni lasciava in pace Nino e il fratello Dante la prima settimana, poi li faceva lavorare e quando gli scappavano i bisogni diceva loro: “Ora il pero, ora il melo, ora l’uva”. Così una volta il piccolo Nino spiegò al nonno: “Noi a Roma abbiamo il gabinetto dentro casa”. “Il gabinetto dentro casa? E a che cosa serve?”, chiese stupito il nonno. “A fare la cacca”. “E poi dove la mettete?”. “Tiriamo lo sciacquone e l’acqua la porta via”. “È proprio vero che al giorno d’oggi si butta via proprio tutto”.

Il giovane Manfredi soffrì molto.
Sì, era malato, la tisi lo penalizzò dall’età di diciassette anni. Tre o quattro volte dovette ricorrere all’olio santo. Poi, per fortuna, arrivarono gli americani con l’antibiotico.

Comincia con i più bravi, nel 1947 si diploma all’Accademia e poi…
…e poi Shakespeare con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano: Romeo e Giulietta, La tempesta e Riccardo II. Ma già nel 1951 lascia Strehler con questa battuta: “Aò, ma qui nun se ride mai”. Vuole capire le sue potenzialità e la propensione comica lo porta al teatro di rivista, all’avanspettacolo e alla commedia musicale con Marcello Marchesi e le sorelle Nava. Ma nel frattempo c’è anche il grande Eduardo.

Nel 1952-‘53 con Paolo Panelli e Bice Valori è al Teatro Eliseo di Roma, diretto proprio da Eduardo De Filippo, che gli dice una cosa speciale…
Eduardo un giorno prende da parte Nino e gli dice: “Tu puoi essere il mio erede”. Eduardo De Filippo, il genio del teatro italiano, fa questa affermazione; solo un artista altrettanto straordinario può rispondergli come gli risponde Nino: “Non sono e non posso essere il tuo erede. Non sono e non sarò mai grande come te”.

Poi, fusse che fusse la vorta bbona, arriva il successo di pubblico: la televisione…
Sì, nel 1959 partecipa a Canzonissima di Antonello Falqui. Ci sono anche Delia Scala, Paolo Panelli e Don Lurio. “Fusse che fusse la vorta bbona” è la frase tormentone del suo personaggio, il barista di Ceccano, una macchietta che spopolò. Ceccano è un paesino della Ciociaria, per altro la cosa provocò la gelosia del vero paese d’origine, Castro dei Volsci, ma adesso devo dire lo ricordano con affetto e organizzano celebrazioni meravigliose.

Il barista di Ceccano poteva essere la fine artistica di Manfredi?
Sì, perché il successo fu enorme, la gente si riuniva nei bar, e in quelle poche case dove c’erano apparecchi televisivi nell’Italia di quegli anni, per guardare Canzonissima aspettando l’arrivo in scena del barista di Ceccano. Quindi cominciarono ad arrivare le proposte di impresari e produttori che avrebbero voluto Ninetto il ciociaro perfetto. Ma lui in quel momento stava lavorando sulla sua arte, sul suo talento, stava scoprendo le sue potenzialità. Eravamo già sposati da quattro anni. Servivano i soldi, ma non si fece incantare, era ancora alla ricerca di altre interpretazioni possibili, per non fossilizzarsi. Ninetto il ciociaro perfetto scomparì e la macchiettizzazione perenne di Nino fu scongiurata.

Come vi siete conosciuti?
Ci eravamo visti qualche tempo prima, in quel periodo lavoravo come indossatrice e non avevo tempo per pensare ai fidanzati. La mia cara amica Rosi Bonagura, moglie dell’attore Gianni, voleva accasarmi, prima ci provò con un suo amico che m’inviò un cesto di gattini. Mio padre era stato truffato, lavoravo come una matta per mettere insieme pranzo e cena. Non potevo permettermi i gattini, pregai Rosi di lasciar perdere. Ma insistette poi con un altro: Nino mi aveva già visto qualche tempo prima a Roma. Mi ricordo ero in un teatro e Nino stava facendo il cane, tanto che dissi: “Quest’attore è proprio un cane”. Insomma, tempo dopo mi trovavo a Milano per lavoro e anche Nino… la mia amica Rosi mi disse che lui mi aveva invitato a una cena, che non avrei dovuto far brutta figura e andai. A lui aveva detto la stessa cosa, ognuno di noi pensava di esser stato invitato dall’altro. Dopo soli sette giorni mi chiese di sposarlo.

E poi?
Gli dissi che era matto, ci siamo sposati dopo un anno.

La sua amica aveva sbagliato con quello dei gatti, ma con Nino no.
Già, le devo molto.

Avrete avuto crisi in cinquant’anni…
La conoscenza dell’altro costa e ho avuto il piacere di conoscerlo, i sentimenti costano.

Tre figli. Ma Nino ne ha avuta un’altra, da un’altra donna.
Tonina sì. Nata nel 1985. Nove mesi prima Nino era stato a Sofia un giorno per un film, conobbe questa donna. Come Zorro, colpì. Tempo dopo risposi al telefono: “È nata Tonina”. In Bulgaria andai io. Mi spiace di non averla mai frequentata. Quando la vide la prima volta Nino le disse: “Sei una bella ragazza, meno male non assomigli a tua madre”.

Mai avuto dubbi sul rimanere al fianco di Nino Manfredi?
Mai. Non è mai stato mia proprietà: era una conquista perenne.

Che carattere aveva?
Se si arrabbiava non buono. Ha presente la scena di Caffè Express quando minaccia il suicidio dal treno: “Mi butto, mi butto”, urla aggrappato mentre si sporge. A volte in casa ripeteva la scena davanti alla porta: “Me ne vado, me ne vado”. Ecco dove si è allenato.

L’altra sera a Villa Borghese, alla Casa del Cinema di Roma, hanno proiettato Nell’anno del Signore di Luigi Magni, del 1969. Posti esauriti, tanti seduti per terra, sul prato.
Con Gigi Magni erano vasi comunicanti. Grande scrittore, storico e ironico. Con Nino ha fatto cose che non avrebbe fatto con altri attori, dal rapinatore sfigato dei Caroselli a Ponzio Pilato. Con lui, come con Ettore Scola e Luigi Comencini, erano proprio amici.

Comencini, Pinocchio e un Geppetto indimenticabile, era il 1972.
Nino non era convinto, gli chiese: “Perché hai scelto me per fare un vecchio? Ho appena cinquant’anni”. Comencini rispose: “Perché sei l’unico attore che può recitare con un pezzo di legno”.

Le faccio qualche nome: Alberto Sordi.
Da dove cominciamo… potrei dire tante cose. Nino era convinto di questo: “Sordi è molto più bravo di me ma non conosce tutte le chiavi del suo violino”. Sordi era generoso ma imprevedibile, una volta a Venezia ci avvicinò un mendicate, Alberto tirò fuori un rotolo di banconote da diecimila lire, quelle grandi a lenzuolo di una volta, le contò e gli disse: “Non ho spicci”. Indimenticabile il viaggio in Angola per Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Scola. Io stavo là in quanto moglie di Manfredi, ma ero la cuoca del reggimento. Ricordo che le pizze, non quelle da mangiare ma i contenitori delle pellicole, erano usati da scolapasta. Sordi era sempre il primo a essere servito. Un piattone di maccheroni, li divorava e subito lo sentivi: “Vi siete scordati di me? Che, non mangio io?”.

Ugo Tognazzi.
Aveva una stima di Nino rara. Amava aver casa piena di gente, a casa sua si tirava tardi fino alle cinque del mattino, da questo punto di vista era molto diverso da Nino, quindi. Un giorno lo incontrai a Parigi, lo avevano incastrato in una brutta storia e stava vivendo un momento difficile, mi disse: “A Nino non sarebbe mai successo, perché lui è uno accorto…”.

Dino Risi.
Un giorno definì Nino “orologiaio”. Intendendo la precisione e la cura che Nino metteva sul lavoro. Vedo Nino preoccupato e mi dice: “Non è che più che un artista sono un ragioniere? Uno che mette solo a posto i numeretti?”. “Nino – risposi – datti pace, l’artista non è mai contento di se stesso, pensa a quante volte Picasso ha rifatto Les demoiselles d’Avignon”. Si dette pace.

Un perfezionista. Esempi?
Per grazia ricevuta (1971) l’avrebbe rifatta non so quante volte. Fu una grande vittoria. Al cinema Barberini di Roma la sala era sempre piena, tanto che, prima volta nella storia, veniva programmata una proiezione anche dopo la mezzanotte.

Ritorno ai nomi: Alberto Bevilacqua.
Non si sono mai amati e neppure a me piaceva. Nel ’75 stavano girando Attenti al buffone. Dovevano fare una scena con Mariangela Melato, interpretava una donna incinta, picchiata da Eli Wallach che le doveva tirare calci sul ventre. Nino perse la ragione. Gli disse a denti stretti: “Alberto, questa cosa non la puoi fare, questa scena non si può girare”.

Come finì?
A botte, ma tra Nino e Bevilacqua.

Chi si fece più male?
Non certo Nino.

Aldo Fabrizi.
Uno dei più grandi di tutti. Ci volevamo bene. Abbiamo portato Rugantino a New York. Sull’aeroplano Fabrizi stava come sull’autobus, aggrappato, per la sua mole. Ogni tanto gli dovevo sfilare le scarpe perché gli si gonfiavano i piedi. Aveva difficoltà a stare lontano da Roma, così in America la mattina andava a leggere il giornale sul palcoscenico dove era stata allestita la scenografia della piazzetta di Rugantino, tra il Portico d’Ottavia e il Teatro di Marcello. Invece a Roma, alle prove generali, Lea Massari non poteva recitare per colpa di una raucedine. Quindi avrebbe dovuto leggere la sua parte il suggeritore. Andarono a chiedere a Fabrizi se fosse stato il caso di dire a sua madre, accorsa per l’occorrenza, di ritornare a casa. Fabrizi rispose: “Non se ne sarebbe neppure accorta, a quelle povere donne è sempre mancato qualcosa…”.

Charlie Chaplin.
Per Nino era un maestro. Bisogna riguardare Pane e cioccolata (di Franco Brusati, 1973, ndr) per capirlo: l’uscita dal tunnel è chapliniana.

Dal sacro al profano: i rapporti di Manfredi con la politica?
Era socialista e antifascista. Bambino balilla prima, come tutti, l’8 settembre si nasconderà sui monti sopra Cassino per non arruolarsi. Pannella nel 1992 provò a coinvolgerlo, a candidarlo. Stava per accettare, voleva essere utile. Anche in quell’occasione ascoltò le mie parole: “Nino, tu la tua professione la conosci bene, ma la politica no”. Pannella rispose con una lettera feroce in cui accusava Nino di essersi fatto condizionare dalla famiglia, di non avere un parere suo. Gesto stupido.

Silvio Berlusconi cosa ha rappresentato?
Dal momento in cui Berlusconi ha deciso di far politica più nulla. Prima c’è Premiatissima del 1985. Berlusconi ingaggiò Nino, che in quel momento aveva inteso una certa difficoltà del cinema mentre la televisione, e la televisione commerciale soprattutto, erano sulla cresta dell’onda. Siamo stati a cena ad Arcore. Ne uscimmo sbalorditi, sia io sia Nino. Ancora a notte inoltrata arrivavano, non le donnine delle vicende più recenti, ma contabili e ragionieri con i numeri delle società. C’era ancora la prima moglie se ricordo bene, Carla Dall’Oglio. Rimase in silenzio tutta la sera. C’erano i figli, Piersilvio e Marina, che studiavano in casa con il precettore perché Berlusconi aveva una paura terribile dei rapimenti. Un ammaliatore. A un certo punto della cena regalò a tutti un orologio di Gucci. Io dissi “grazie”, ma senza troppo entusiasmo. Subito Berlusconi mi chiese: “ Signora, sa chi è Gucci?”. C’era anche la regista Laura Basile, aveva una borsa di Gucci, così la indicai e risposi: “Lei sì”. Ci raccontò che i soldi li fece cantando sulle crociere. Nino era molto divertito. Ne veniva fuori un imprenditore, un’intelligenza di industriale, un vincente e un ammaliatore, appunto. Non potevamo immaginare cosa sarebbero stati gli ultimi vent’anni, ma già allora io e Nino ci eravamo fatti un’idea precisa: voleva attorno a sè soltanto persone plaudenti.

Dieci anni fa Nino Manfredi ha chiuso l’ultimo sipario in questa casa sull’Aventino…
Dopo tanta sofferenza, la malattia, la tracheotomia… un giorno ha detto: “Mò basta”.

Twitter @viabrancaleone

Erminia Manfredi è presidente onoraria di Vivalavita onlus, associazione di familiari e malati di sclerosi laterale amiotrofica

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Dieci anni senza Nino Manfredi. Uno degli attori più amati del cinema italiano se ne andava il 4 giugno del 2004, e, per ricordarlo, la moglie Erminia ha promosso una serie di iniziative, realizzate da Dalia Events e Onni, raccolte sotto questo titolo: Nino! La Cineteca di Bologna è coinvolta nell’omaggio a Nino Manfredi con cinque serate in piazza Maggiore (con inizio alle ore 21.45) nel cartellone di “Sotto le stelle del cinema”. Il primo appuntamento è stato ieri sera con La ballata del boia, diretto da Luis García Berlanga nel 1963, preceduto dall’episodio L’avventura di un soldato, prima regia di Nino Manfredi, inserita nel film collettivo del 1962, L’amore difficile. Stasera Straziami ma di baci saziami di Dino Risi del 1968. Domani, giovedì 7, ci sarà invece il restauro (promosso da Cineteca di Bologna, Csc-Cineteca Nazionale e Lucky Red in collaborazione con Paramount Pictures Corporation, Vivendi Sa e famiglia Manfredi) di un film tra i più belli, e ora riscoperto, tra quelli interpretati da Nino Manfredi: Pane e cioccolata, diretto nel 1973 da Franco Brusati, racconto straziante eppure capace di grande comicità di un emigrante italiano in cerca di fortuna in una Svizzera che non lo vuole. Uno dei grandi classici del cinema italiano è in programma venerdì 8 agosto: C’eravamo tanto amati di Scola (1974). A chiudere il ciclo sabato 9 il suo primo lungometraggio da regista, diretto nel 1970: Per grazia ricevuta


Dal Fatto Quotidiano del 6 agosto 2014