La Regione Siciliana prova a bloccare le pale eoliche mentre guarda sempre di più alle trivelle. Il governatore, Rosario Crocetta, ha infatti annunciato una legge che introduce una serie di vincoli paesaggistici per l’installazione di impianti che producono dal vento. “In pratica si potrà consentire l’eolico solo dove già c’è”, ha annunciato Crocetta. In particolare, la Regione vuole vietare la costruzione di impianti superiori a 200 kiloWatt (kW) nelle aree sottoposte a vincoli ambientali, paesaggistici e idrogeologici. Inoltre, il titolare del progetto dovrà disporre già delle aree in cui verrà realizzato l’impianto. La proposta è stata approvata dalla Giunta ed ora è all’esame dell’ufficio legislativo. Dopo di che passerà al vaglio dell’assemblea e, una volta approvata, si applicherà anche ai procedimenti in corso. L’annuncio ha ovviamente messo in allarme il settore: “Se viene confermato quanto dichiarato da Crocetta segnaleremo l’illegittimità del provvedimento alla Corte Costituzionale, come già fatto con altre Regioni tra cui la Puglia, la Sardegna e l’Abruzzo”, dice a ilfattoquotidiano.it Simone Togni, presidente dell’Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento).

Non è la prima volta che Crocetta si scaglia contro l’eolico. In passato ha rivendicato di “essere stato il primo in Sicilia, da sindaco, ad avere sollevato il problema”. Secondo il governatore questa fonte di energia, a differenza delle altre rinnovabili, ha un eccessivo impatto sul paesaggio. Anche gli impianti offshore, ossia nel mare, “sono visibili dalla costa e deturpano spiagge incontaminate a tutto svantaggio del turismo”, ha spesso detto Crocetta. Già nel 2013 il governo siciliano aveva approvato un provvedimento, battezzato “blocca eolico”, con cui si disponeva lo stop delle autorizzazioni alle società che avevano presentato progetti per realizzare gli impianti eolici. Successivamente il Tar di Palermo ha accolto il ricorso della Solarwind per la sospensione del decreto.

Di contro il governatore della Sicilia sembra sempre più interessato alla ricerca di idrocarburi. Il tutto con l’avallo del governo Renzi. Di recente infatti lo stesso Crocetta ha firmato un’intesa con Assomineraria, Eni, Edison e Irminio per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio nel Canale di Sicilia. Previsti investimenti per 2,4 miliardi di euro in 4 anni, con un’occupazione stimata intorno alle 7.000 unità. E a inizio anno il governo siciliano ha anche deciso di diminuire le royalties (ossia le tasse) per l’estrazione di idrocarburi, dal 20 al 13%. Appena un anno prima le aveva raddoppiate dal 10 al 20% su proposta del Movimento Cinque Stelle. Tutto questo nonostante lo stesso Crocetta, da semplice candidato alle elezioni regionali, avesse firmato un appello di Greenpeace contro le trivellazioni nella zona. 

Il governo sta seguendo una politica tutto sommato simile: il decreto Competitività, che sta per essere convertito in legge dal Parlamento, taglia i sussidi al fotovoltaico e ha già suscitato l’opposizione di tutti gli operatori delle rinnovabili, nazionali e esteri. Mentre è evidente la vocazione di Matteo Renzi per le trivelle. La scorsa settimana il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, Simona Vicari, ha incontrato i vertici Eni per parlare del grande progetto di produzione di gas di Argo, a distanza di circa 13 miglia proprio dalla costa siciliana, che fornirà circa il 20% della produzione nazionale di gas. Un’operazione che prevede investimenti per oltre 1,8 miliardi di euro. “Si tratta del più importante piano finanziato con capitali esclusivamente privati in Italia in questo momento”, recita una nota del sottosegretario. Del resto, uno degli obiettivi della Strategia energetica nazionale è quello di valorizzare le risorse del sottosuolo italiano. Parla poi da sé la recente frase di Renzi sui “comitatini”, che ha sollevato un polverone: “’Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”.