Scimmia a chi? Dieci anni dopo la battaglia al Golden Gate di San Francisco, la nazione dei primati guidata da Cesare (Andy Serkis) vive e lotta: con noi o contro di noi? Incognita affidata al secondo capitolo della saga reboot intesa a rilanciare il mitologico Pianeta delle Scimmie: Apes Revolution (titolo originale: Dawn of the Planet of the Apes), che finora ha incassato 365 milioni di dollari in tutto il mondo, di cui circa la metà negli Usa. 

Dopo L’alba del pianeta delle scimmie affidato nel 2011 a Rupert Wyatt, stavolta alla regia c’è Matt Reeves, già apprezzato per il mostruoso Cloverfield, il vampiresco Blood Story e il serial tv Felicity: “Un rilancio? Diciamo semplicemente un nuovo capitolo della saga, costruito da un punto di vista emotivo. Da bambino ero un grande fan della serie tv: le nuove frontiere che prospettava per umani e primati mi catturavano. E ora eccomi qui, a postulare un mondo dominato dalle scimmie: sarebbe un mondo migliore? Il problema è proprio questo: non esistono ‘migliore di’, viceversa, bisogna perseguire dialogo e integrazione tra uomini e scimmie come tra uomo e uomo”. Nel film, potenziato da un 3d sobrio ma performante nelle scene di battaglia, la comunità capeggiata dal saggio e nerboruto Cesare vive nella foresta di Miur ai margini di San Francisco, mentre gli umani scampati all’apocalisse virale si raggruppano intorno a Dreyfus (Gary Oldman): due leader, destinati a scontrarsi. In mezzo, l’uomo del dialogo, Malcolm (Jason Clarke), che mentre esplora la boscaglia in compagnia della fidanzata Ellie (Keri Russell) e il figlio Alexander (Kodi Smit-McPhee) si imbatte nelle scimmie. Cesare non si fida, ma la minaccia sul suo orizzonte non è glabra, bensì pelosa e dalle leve lunghe, il bonobo Koba (Toby Kebbell): uomini contro scimmie, scimmie contro scimmie, uomini contro uomini, e si salvi chi può. Matt Reeves lavora su queste opposizioni multiple cercando l’introspezione psicologica, provando a farci entrare nel corpo, nella testa e nel cuore di Cesare, i cui occhi aprono e chiudono il film: è lo sguardo dell’utopia, del non conflitto quello che vediamo? “Cesare è un meticcio, sta a metà tra la sua specie e gli umani che l’hanno cresciuto: la sua empatia ci porta a riflettere sulla violenza”.

E sulle attuali ricadute della saga tenuta a battesimo nel 1968 dall’originale di Franklin J. Schaffner, adattamento da Pierre Boulle, il regista insegue il paradigma: “Penso all’apartheid, ma non ho seguito uno specifico parallelismo: Gaza, Ucraina, ognuno può vederci quel che vuole, meglio, quel che prova sulla propria pelle”. Non è facile avere a che fare con queste scimmie, vedere per credere il passo falso di Tim Burton (2001), e Apes Revolution, pur garantendo spettacolo, action e adrenalina, sceglie pathos e immedesimazione per decrittare i meccanismi della violenza antropica, ovvero antropomorfica: “La fantascienza intercetta lo studio dei caratteri, l’analisi dell’essere umano: c’è perfino la love story di Cesare e Malcolm, una storia tragica, soprattutto c’è un’associazione tra empatia e pace”. Ma non crediate a un Cesare gandhiano, una sorta di Madre Teresa col pollice non necessariamente opponibile, perché Reeves e i suoi sceneggiatori avevano in mente altro: “Cesare è il Mosè della sua gente, ma nella sua figura echeggiano anche i re scespiriani e il Padrino don Vito Corleone”. E c’è un’offerta che non si può rifiutare: il film stesso, che con mole da blockbuster (170 milioni di dollari di budget) e incredibili prestazioni in motion e performance capture offre il destro all’apologo umanista, all’umano, troppo umano nicciano dietro i peli di Cesare. Sì, tra i tanti primati di Hollywood c’è anche lui: Ave Cesare! 

Il trailer