L’ufficialità del verdetto arriva con la conclusione della sperimentazione: “Non vi è alcuna ragione fisica per sospettare che le variazioni di pressione agli ipocentri derivanti dalle attività di produzione o iniezione al campo Cavone abbiano innescato le sequenze del maggio 2012”. In altre parole, il petrolio estratto dal giacimento situato tra i Comuni di Mirandola, Carpi, San Possidonio, Concordia e Novi di Modena “non ha innescato” i terremoti che due anni fa hanno devastato l’Emilia. Si è conclusa ufficialmente il 23 luglio la sperimentazione condotta negli impianti petroliferi di Cavone (Mo), quegli stessi impianti che, secondo la Commissione internazionale Ichese, incaricata dalla Protezione Civile, su mandato dell’ormai ex commissario alla ricostruzione Vasco Errani, di fare luce sul possibile nesso tra le trivellazioni e i fenomeni sismici, agendo su una faglia “vicina al punto di rottura” potevano aver “innescato” la scossa del 20 maggio 2012. E di conseguenza, quella del 29.

Come riporta il documento pubblicato sul sito internet del Laboratorio, sottoscritto dal Ministero dello Sviluppo economico, dalla Regione Emilia Romagna, da Assomineraria e della titolare della concessione Padana Energia, infatti, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha approvato la validità del modello generato sulla base delle attività di analisi di parte del giacimento, quella ‘incriminata’ da Ichese, condotte da un team di professori americani. I dati, quindi, sono già stati trasmessi al Mise, e le Linee guida elaborate dal gruppo di lavoro istituito dal ministero “per il monitoraggio della microsismicità, delle deformazioni del suolo e della pressione di poro nell’ambito delle attività antropiche” potranno essere applicate “progressivamente a livello nazionale”. A partire, “e con immediatezza – recita il documento datato 23 luglio – dalla concessione Mirandola”.

Ingv, si legge nella relazione del 18 luglio scorso, non ha eseguito “una validazione dei risultati, in quanto sarebbe stato necessario riprocessare in maniera indipendente i dati e rielaborare i modelli”, tuttavia, scrive il gruppo di lavoro che ha analizzato il modello, “sono stati comunque considerati i risultati ottenuti alla luce delle conoscenze generali dell’Ingv sul tema, sui metodi e, nello specifico, sulla conoscenza della sequenza sismica Emiliana del 2012”. E visto che la valutazione è stata superata, si procederà ora all’applicazione materiale dei principi derivanti dallo studio. Un percorso che, per essere esteso su scala nazionale, spiega Raffaele Pignone, responsabile del Servizio geologico, sismico e dei suoli della Regione Emilia Romagna “richiederà almeno due anni, e inizialmente verrà applicato solo ai principali siti italiani, perché adeguare gli impianti richiederà risorse e tempo”. Tuttavia, precisa Pignone, “questo studio è destinato a cambiare le attività estrattive, e avrà valenza mondiale. Perché è la prima volta che viene condotta, a livello internazionale, una sperimentazione di questo tipo”. Le nuove Linee guida, invece, verranno applicate sin da subito al Cavone, e le attività di monitoraggio proseguiranno periodicamente: “La sperimentazione è conclusa – spiega il geologo della Regione – tuttavia con l’applicazione delle Linee guida continueremo a seguire il sito. Un incontro tecnico per fare il punto dovrebbe avvenire al massimo entro settembre”.

Sull’esito dell’attività di monitoraggio nel giacimento del mirandolese, Pignone non ha dubbi: “I terremoti e le attività estrattive sono intervenuti su due faglie diverse. In più, dopo il rapporto Ichese e lo studio condotto negli impianti di Cavone in tutta Italia verranno effettuati maggiori controlli. Tuttavia non dobbiamo fare i puritani: ci sono migliaia di pozzi in tutto il mondo che producono idrocarburi per l’Italia”. “Personalmente non ho mai creduto che le attività estrattive effettuate in zona abbiano innescato i terremoti – commenta Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena, uno dei Comuni sotto cui si trova il giacimento petrolifero – anche perché, dagli anni 80’ a oggi, tali attività a Cavone sono drasticamente diminuite. Certo, però, l’esito della sperimentazione mi tranquillizza molto, perché i dati scientifici confermano la mancanza di quel nesso tra trivellazioni e fenomeni sismici che la commissione Ichese non era riuscita a escludere”.

La conclusione della sperimentazione, tuttavia, non fuga tutti i dubbi nati in seguito alle modalità con cui il monitoraggio è stato condotto, che avevano indotto i comitati No Triv e No Gas di tutta l’Emilia a presentare esposti in sei procure diverse per chiedere “chiarezza su ciò che è avvenuto realmente nel nostro territorio”. “La trasparenza usata per l’indagine al Cavone è solo di facciata – sottolinea il professor Franco Ortolani, docente di geologia all’Università Federico II di Napoli – per commentare le conclusioni bisognerebbe accedere ai dati, e i dati sono lacunosi. Sin da subito la sperimentazione è stata una partita giocata tra le parti interessate, con Padana Energia incaricata di monitorare pur essendo titolare della concessione mineraria, e due dei professori americani chiamati ad analizzare il giacimento che conducono ricerche per l’MIT finanziate da Eni. Come fidarsi? L’unico modo è che un organo super partes indaghi, cioè la magistratura, perché ciò che abbiamo oggi è solo un modello virtuale del sottosuolo, un videogame”.