“Assoluta cautela fino alla fine della sperimentazione”. È un invito ad abbassare i toni e ad evitare allarmismi quello di Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio (Modena), la cui città condivide il terreno del giacimento petrolifero su cui sorgono gli impianti di Cavone. Quegli stessi impianti che secondo la commissione Ichese, incaricata nel 2012 di fare luce sulle possibili relazioni tra l’estrazione di idrocarburi e l’aumento dell’attività sismica in Emilia Romagna, agendo su una faglia “vicina al punto di rottura” potrebbero aver “innescato” il terremoto del 20 maggio 2012. Che poi, a sua volta, potrebbe aver dato avvio a quello del 29.

Il 27 giugno, a Bologna, Padana Energia, titolare della concessione mineraria relativa al sito, Regione e ministero dello Sviluppo Economico si sono incontrati proprio per fare il punto sulla sperimentazione avviata negli impianti situati nella bassa modenese, tra i Comuni di San Possidonio, appunto, e Mirandola, e probabilmente si parlerà dell’elaborazione dati, l’ultima fase del percorso di analisi intrapreso in gran fretta dopo la pubblicazione del rapporto Ichese, che richiederà circa altre due settimane. “Fino ad allora dobbiamo usare tutti la massima prudenza nel parlare di quel possibile nesso tra trivelle e terremoti che la commissione Ichese non ha potuto escludere – sottolinea Accorsi – perché non ci sono dati certi per cui si possa dire che le attività estrattive hanno causato il sisma”. Tuttavia, il percorso iniziato tra le polemiche, continua tra le polemiche.  

Da un lato, infatti, ci sono i comitati di tutta l’Emilia, che hanno presentato sei esposti in sei Procure diverse, Modena, Reggio, Ferrara, Mantova, Rovigo e Bologna, “per chiedere alla magistratura di fare chiarezza su ciò che è avvenuto realmente nel nostro territorio”. “Le conclusioni del rapporto Ichese, che sicuramente nessuno si aspettava fossero di questo calibro, hanno gettato un’ombra sulle attività antropiche legate all’estrazione e coltivazione di idrocarburi nel nostro territorio in atto da decenni. Un’ombra sempre rinnegata dalle istituzioni, quasi che parlarne fosse un tabù – spiegano i comitati, dai No Triv di Ferrara, Reggio e Modena, a Ambiente e Salute Rivara, a Riprendiamoci il pianeta – e per quanto riguarda il laboratorio Cavone, non solo chi controlla è anche titolare della concessione, l’operatore petrolifero, con la supervisione di Regione e Mise, ma non agisce, a nostro avviso, in modo adeguato. Noi vogliamo sapere se le scosse che si sono verificate in prossimità di attività di iniezione dell’acqua nel sottosuolo sono coincidenze, nell’interesse dei cittadini e del territorio, e in virtù del principio di precauzione”. 

Dall’altro, invece, ci sono enti pubblici e concessionaria, che dicono che “nel corso della sperimentazione sul campo, finalizzata all’acquisizione dei dati – recita un documento datato 20 giugno 2014, e sottolinea in Assemblea Legislativa l’assessore regionale alla Protezione Civile Paola Gazzolo – non è stato rilevato alcun evento sismico durante le prove di reiniezione. Tutte le attività svolte nell’ambito della sperimentazione rientrano tra quelle già autorizzate, sotto il controllo delle autorità preposte, e sono esperite in condizioni di assoluta sicurezza”. I test, quindi, aggiunge Gazzolo, andranno avanti come previsto: “La sperimentazione consiste in operazioni di normale e frequente esecuzione di verifiche sui pozzi, operanti sempre entro i limiti autorizzati dalle autorità competenti, ed è eseguita con la supervisione di Regione e Mise”. 

Poi c’è la notte del 19 giugno scorso, che è anche la data in cui la terra ha ricominciato a tremare. Una scossa di magnitudo 2.8, abbastanza forte da terrorizzare i cittadini del cratere e da spingerli a chiedere una sospensione di tutte le attività di ricerca ed estrazione idrocarburi ancora in corso nella bassa: 35 in regione, a cui si sommano le 3 concessioni di sfruttamento attive a Spilamberto, a Recovato e a Mirandola, risparmiate dal provvedimento emanato dal commissario alla ricostruzione Vasco Errani, alla luce del report Ichese

Tuttavia, secondo Accorsi, “è prematuro allarmarsi”: “È sbagliato credere che a Cavone, in questi due mesi di sperimentazione, si siano svolte attività diverse da quelle portate avanti negli ultimi 40 anni. La sola differenza è che tali attività sono state monitorate. Quando si estrae il petrolio, il liquido è composto per il 90% da acqua inquinata dal giacimento, che poi viene reimmessa nel sottosuolo. Ed è ciò che si è fatto in questi mesi”.

Prima di decidere se si unirà o meno all’appello ribadito dai comitati No Triv e No Gas della bassa terremotata, il sindaco preferisce attendere le due settimane necessarie ai tecnici per elaborare i dati. “Io ho parlato con 40 diversi geologi perché non voglio prendere nulla a cuor leggero, e tutti si sono sentiti di escludere conseguenze sull’ambiente circostante. Ma finché non avremo i dati, non sposeremo alcuna tesi. Ovviamente, se i risultati evidenzieranno un nesso tra trivelle e terremoti saremo i primi a pretendere una soluzione in tempi rapidi”. Riguardo a un possibile collegamento tra il terremoto del 20 giugno e l’ultima prova d’iniezione d’acqua nel giacimento, avvenuta il 16 giugno scorso, Accorsi precisa: “Sappiamo che c’è uno sciame sismico che si protrarrà per qualche anno, non possiamo legarlo automaticamente alle azioni sul territorio se non ci sono ragioni tecniche per farlo”.