I dipendenti di Camera e Senato non potranno guadagnare più di 240mila euro all’anno. Il tutto al netto della contribuzione previdenziale (l’8,8% della retribuzione). E’ il tetto agli stipendi deciso dagli uffici di presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama. Il provvedimento è stato aspramente contestato da un centinaio di dipendenti dei due rami del Parlamento, riuniti in sit in davanti alla biblioteca della presidenza della Camera. “Bravi, bene, bis” hanno urlato i lavoratori, che poi se la sono presi con la vice presidente della Camera Marina Sereni e con i parlamentari intorno. “E’ un passo importante”, ha detto Laura Boldrini, “e positivo. Mi auguro si faccia strada, tra tutti i dipendenti, il senso di responsabilità e la consapevolezza che ci stiamo muovendo in modo lungimirante verso una riforma complessiva, con l’obiettivo di arrivare al ruolo unico dei dipendenti del Parlamento e ad un’amministrazione unica delle Camere”. La presidentessa di Montecitorio, tornando alle proteste, ha sottolineato come queste ultime si fossero verificate proprio mentre fuori la Camera c’era “il Paese reale”, ovvero lavoratori che chiedono il finanziamento Cig. “Responsabilità e consapevolezza” ha chiesto Boldrini, “dobbiamo essere in sintonia con il Paese”. A rispondere in modo polemico alla presidente è stato il vicepresidente di Montecitorio Luigi Di Maio: “Comportamento dei dipendenti è comprensibile. Succede quando si taglia ai dipendenti e non alla politica“. Ad essere colpiti dal provvedimento sono soprattutto i consiglieri parlamentari. Alla Camera sono circa 183 e hanno uno stipendio iniziale di circa 76mila euro annui che dopo 35 anni di lavoro supera i 400mila euro.

 

Boldrini: “Passo importante, ma spiace per contestazione dei dipendenti”
“E’ un passo importante e positivo che vuole rafforzare l’istituzione parlamentare, mettendola sempre più in sintonia con la realtà difficile che sta vivendo il Paese e che a tutti deve essere ben presente”. Parola di Laura Boldrini, che poi si è detta rattristata e dispiaciuta per la protesta dei diretti interessati: “Spiace e rattrista che non lo abbiano capito quei dipendenti della Camera che stamattina hanno inteso contestare nei corridoi le decisioni che venivano prese dall’Ufficio di Presidenza. In contemporanea con la loro iniziativa – ha sottolineato la presidentessa della Camera – ben altra protesta veniva dalla piazza di Montecitorio, dove anche stamattina si sono radunati i lavoratori che lamentano il mancato finanziamento della cassa integrazione in deroga. E’ quello il Paese reale, che non ha più reti di protezione sociale, e anche chi lavora dentro Montecitorio è chiamato a rendersene conto”. Il numero uno di Montecitorio, poi, ha annunciato come “sul documento si avvierà immediatamente la trattativa con le organizzazioni sindacali, che avranno modo di far valere in quella sede le loro istanze. Ma spero vivamente che tra tutti i dipendenti si faccia strada il senso di responsabilità e la consapevolezza che ci stiamo muovendo in modo lungimirante verso una riforma complessiva”.

Marina Sereni: “Una decisione andava presa, me ne assumo la responsabilità”
“Se fuori di qui c’è un processo di rivisitazione degli stipendi più alti, sarebbe singolare che il legislatore, che ha votato la conversione di quel decreto, non si ponesse il problema. Una decisione andava presa, era giusto farlo”. Parola della vice-presidente della Camera Marina Sereni (Pd) subito dopo la decisione degli uffici di presidenza. “Certo – ha aggiunto in merito alla contestazione – fa più piacere prendere applausi che fischi o cori e applausi ironici, ma bisogna assumersi delle responsabilità. Fare politica non significa cercare applausi, ma, lo ripeto, prendersi innanzitutto delle responsabilità”.

Ok a taglio stipendi, ma tetti ancora da definire
Il tetto, onnicomprensivo di tutte le voci retributive, è quello previsto dal Dl Irpef. Sarà più basso per le altre categorie, “in modo da mantenere inalterati i rapporti retributivi oggi esistenti tra le varie professionalità”. Tuttavia la soglia delle categorie diverse da quella dei Consiglieri non è stata ancora fissata: è un tema sul tavolo del confronto con le organizzazioni sindacali che parte da oggi, quando verrà concordato un calendario di incontri. Con i sindacati si parlerà anche dell’obiettivo del ruolo unico dei dipendenti del Parlamento e della riorganizzazione amministrativa di funzioni e strutture. L’obiettivo è applicare i tetti (passati alla Camera con il no di Edmondo Cirielli di Fdi e l’astensione di Davide Caparini della Lega) entro la fine del 2014. “Chi – spiega la vicepresidente della Camera Marina Sereni – al momento ha uno stipendio inferiore al tetto vedrà fermarsi la crescita dello stipendio al raggiungimento di quella cifra. Chi invece lo supera subirà una riduzione straordinaria del proprio stipendio tra il 2014 ed il 2017 fino al raggiungimento del proprio tetto retributivo di riferimento”.

Resta aperto il tema delle indennità di funzione, aggiuntive al tetto, per le figure apicali dell’amministrazione (il segretario generale, i suoi vice ed i capi servizio). Non sono state ancora determinate, ma non potranno essere superiori al 25% del limite retributivo fissato e non saranno pensionabili. Non si conosce ancora quali saranno i risparmi determinati dalla manovra che recepisce i principi del dl Irpef nelle Istituzioni Parlamentari; si parla di decine di milioni, anche se si è deciso di non fissare in partenza cifre certe “per un confronto maggiore con i sindacati”. E’ presumibile ora una “corsa” alla pensione da parte di chi in Parlamento supera il tetto. Alla Camera rimangono quattro finestre all’anno per andare in pensione, mentre al Senato ce ne sono solo due, peraltro a Palazzo Madama sottoposte ad un contingentamento. La soglia dei 240mila euro più oneri di stipendio alla Camera la superano in diversi: se un consigliere anziano (con 40 anni di servizio) riceve 358mila euro all’anno, con 25 anni di servizio i consiglieri sforano il limite fissato oggi. Nel frattempo, i sindacati della Camera annunciano battaglia: “Apparirebbe evidentemente un illegittimo esercizio di potere impositivo, in totale spregio dell’articolo 23 della Costituzione“, puntualizza l’OSA, una delle sigle sindacali di Montecitorio. “Non difendiamo privilegi, ma soltanto il rispetto dei diritti e riforme che rispondano effettivamente a principi di efficienza e trasparenza”.