Importavano cocaina dal sud America non solo per la ‘ndrangheta, ma anche per mafia e camorra al punto da diventare, col tempo, una vera e propria società di servizi specializzata nella gestione e nella fuoriuscita della droga dal porto di Gioia Tauro. Un gruppo criminale in cui un ruolo fondamentale lo ricoprivano sei tra dipendenti ed ex dipendenti della società che opera sui moli del porto ed il rappresentante legale di una società di trasporti.

A concretizzare il sospetto che gli inquirenti avevano da tempo è stata l’indagine “Puerto Liberado“, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Tredici i fermi eseguiti e 4 le tonnellate di droga sequestrate nel corso delle indagini iniziate nel 2011, per un valore sul mercato di 800 milioni di euro.

L’inchiesta è partita tre anni fa, dopo il sequestro di una partita di coca nel porto. Un primo riscontro alle tesi degli investigatori è giunto lo stesso anno con l’arresto, all’ingresso dello scalo, di Vincenzo Trimarchi, dirigente della Mct, la società di gestione della banchina merci, mentre tentava di allontanarsi su un furgone con 560 chili di cocaina purissima.

Le indagini hanno poi portato ad individuare il capo dell’organizzazione in Giuseppe Brandimarte, ex dipendente del porto, che poteva contare sulla collaborazione di diversi dipendenti. Altro elemento di spicco è risultato essere il fratello di Brandimarte, Alfonso, anche lui ex dipendente del porto, che, secondo l’accusa, ha assunto le redini della gestione del gruppo dopo l’arresto di Giuseppe.

Una banda che secondo gli investigatori sapeva cambiare repentinamente le proprie metodologie, garantendosi l’efficienza operativa richiesta per ottenere la fiducia delle maggiori cosche di ‘ndgrangheta. In una circostanza i componenti del gruppo si sono dotati di un complesso codice alfanumerico per consentire ai portuali infedeli di individuare la nave ed il container con la coca. In cambio dei propri servigi, il gruppo criminale si faceva pagare con una parte del carico, che variava dal 10 al 30% in relazione al peso criminale della cosca importatrice, senza tralasciare, in alcuni casi, di trattare direttamente con i narcos per importazioni in proprio di cocaina.