Affari, treni e collegamenti con criminali. Seguendo queste piste sulle attività (mai chiare) del faccendiere Francesco Furchì, imputato per l’agguato ad Alberto Musy del 21 marzo 2012, la squadra mobile di Torino guidata da Luigi Silipo ha arrestato quattro persone indagate per aver compiuto delle estorsioni tra il 2012 e il 2013. Una di queste estorsioni è stata compiuta pure dal faccendiere calabrese, in carcere dal 30 gennaio 2013 e ora a processo davanti alla Corte d’assise di Torino per l’omicidio dell’avvocato e politico torinese.

Insieme a due degli arrestati di questa mattina, Vincenzo D’Alcalà (un pluripregiudicato chiamato “il re di Santena”) e Massimiliano Celico, Furchì avrebbe taglieggiato un imprenditore con cui voleva rilevare Arenaways, società ferroviaria privata. Questo interesse economico di Furchì era già emerso nel corso dell’indagine principale e, secondo il pm Roberto Furlan, potrebbe essere una delle ragioni dell’agguato a Musy.

Furchì, candidato nella lista di centro “Alleanza per la città” che sosteneva la candidatura di Musy a sindaco di Torino, avrebbe fatto pressioni su un uomo che si era inserito in una cordata di imprenditori valdostani e piemontesi interessati a rilevare la compagnia privata fondata da Giuseppe Arena nel 2006 e fallita nel 2011.

Già da tempo Furchì aveva fiutato l’affare e si era mosso per realizzarlo. Prima ha chiesto a Musy, avvocato civilista, di cercare dei partner per l’operazione, ma Musy non si era interessato alla questione e Furchì si era sentito tradito. In seguito il calabrese, come presidente dell’associazione Magna Grecia Millenium, si è rivolto pure ad Arena, prima proponendogli una partnership con l’associazione, poi offrendosi come socio e come direttore di Arenaways. Il fondatore però l’ha mai preso sul serio e, dopo le minacce ricevute, si è allontanato.

Alla fine Furchì ha trovato il suo pollo da spennare, un torinese a capo di una finanziaria a cui il faccendiere ha chiesto di inserirsi nella cordata che aveva già versato al curatore fallimentare una caparra di 450mila euro per rilevare Arenaways: aggiungendo un’altra quota avrebbero ottenuto la società. Tuttavia l’operazione non è andata a termine e l’imprenditore ha ottenuto la caparra versata dagli altri. Stando al racconto fatto al pm Roberto Furlan durante un interrogatorio, a questo punto Furchì avrebbe cominciato a fargli pressioni insieme a Celico. Prima gli avrebbe chiesto la metà dei 450mila euro, soldi che l’imprenditore avrebbe voluto invece restituire ai componenti della cordata; poi ne ha chiesti 100mila, ma l’imprenditore ne ha offerti 20mila; infine si sono accordati su 40mila euro che il torinese ha versato con difficoltà: “Gli ho sempre dato tutti i soldi che ho preso dal banco dei pegni”, dove aveva impegnato anche i gioielli e l’argenteria della famiglia. La trattativa tra l’imprenditore e Furchì non è stata pacifica per via delle minacce di Celico e, soprattutto, per l’intervento di D’Alcalà, “re di Santena”, ritenuto dal pm “irrimediabilmente votato al crimine”.

Sempre stando agli interrogatori della vittima dell’estorsione, durante un incontro D’Alcalà gli avrebbe detto che l’offerta di 20mila euro per Furchì non era sufficiente, che quella cifra avrebbe dovuto darla in contanti in tempi rapidi come prima tranche in attesa degli altri 80mila: “Vedi, le cose noi le facciamo così, oppure ce le prendiamo”, avrebbe detto nell’orecchio dell’imprenditore stringendogli un braccio. Neanche l’arresto di Furchì ha placato i due estorsori: “Mi disse che dovevo darmi da fare visto che Furchì era stato arrestato e occorreva pagare anche la parcella del suo avvocato”, ha rivelato l’imprenditore al pm. 

Un altro sospetto sorge da una conversazione intercettata: “Ma hai visto che c’ha tutta la roba di Furchì? Nella macchina te l’ha portata”, dice D’Alcalà a una persona non identificata. Secondo gli investigatori, Furchì potrebbe aver trovato in questo ambiente criminale il sostegno materiale per il suo piano. “L’ambito in cui ci siamo mossi è tipicamente mafioso e omertoso – ha detto il vicequestore Silipo, per anni vice dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria -. D’Alcalà è un uomo capace di tenere testa e aggredire pure gli affiliati alla ‘ndrangheta piemontese”.