“Hanno bussato anche sul tetto dell’Arca e su quello del centro di riabilitazione di Wafa dove ci sono solo malati con più di 60 anni di età bisognosi di cure 24 ore su 24”. Charlie Andreasson è un attivista svedese dell’International Solidarity Movement – di cui faceva parte anche Vittorio Arrigoni – che dall’altra notte, quando una bomba dell’aviazione israeliana ha “bussato sul tetto” del Wafa rehab center, fa da scudo umano per difendere i pazienti ricoverati. “Le forze di difesa israeliane (Idf) israeliane hanno definito eufemisticamente e ironicamente questi bombardamenti ‘knocking on the roof’, ma se non fosse l’ennesima tragedia verrebbe voglia di definire questa operazione una farsa perché i militari guidati da un governo inetto e interessato solo a proteggere i coloni, non risolveranno nulla uccidendo bambini e vecchi. Questa reazione sproporzionata porterà solo ad altro odio. Ciò che serve a Netanyahu e ai suoi per evitare i negoziati e mantenere invariata la sua macabra politica che non prevede la fine dell’assedio della Striscia”.

Andreason ne sa qualcosa, dato che vive da 9 mesi a Gaza. Oggi qui nessuno è più al sicuro fisicamente, in nessun luogo della Striscia, ma dal 2006, quando Hamas ha vinto regolarmente le elezioni, la vita dei gazawi è un incubo sotto tutti gli aspetti. “L’assedio di tutte le frontiere, il blocco di tutti gli spazi compresi quelli aerei e navali, ha distrutto quel minimo di economia di sussistenza che si stava sviluppando. La gente vive degli aiuti internazionali, ma anche in questo caso Israele crea in continuazione ostacoli, trovando dei cavilli burocratici per farli entrare con il contagocce. Inoltre i permessi per uscire dalla Striscia sono sempre più rari”.

Arca-GazaLe attività del milione e settecentomila abitanti della Striscia sono strette da anni nella morsa del blocco e il progetto dell’Arca avrebbe dovuto, non solo simbolicamente, allentare la tenaglia. “L’altra notte una serie di bombe ha bussato sul tetto dell’Arca numerose volte e alla fine ne è rimasto lo scafo carbonizzato. Saremmo dovuti già salpare a maggio ma una bomba l’aveva danneggiata e ora è distrutta. Il problema è che anche sei piccoli pescherecci ormeggiati accanto sono andati distrutti. Erano di proprietà di pescatori locali e rappresentavano la loro unica fonte di sopravvivenza”.

Il progetto dell’Arca, una piccola nave costruita nel porto di Gaza, era nato per trovare rimedio al blocco della Flottilla da parte della marina israeliana. “Il nostro scopo era caricarla di prodotti agricoli e tessili locali per portarli a coloro che li avevano acquistati per solidarietà. Era già virtualmente stipata di spezie e tessuti. Molti cittadini europei avevano aderito e a settembre avremmo provato a rompere il blocco e portarli a destinazione. Ma ora è impossibile, anche perché non abbiamo i soldi per comprarne un’altra”.

Per quanto riguarda la tregua proposta dall’Egitto e subito accettata da Israele, l’attivista svedese ricorda una sola cosa, dirimente: “Il presidente Al Sisi fa gli interessi di Israele dato che ha represso nel sangue la Fratellanza musulmana di cui il deposto presidente Morsi era uno dei leader. Siccome Hamas è una costola della Fratellanza, forse hanno ragione gli esponenti di Hamas nel dire che le condizioni della tregua hanno in realtà lo scopo di distruggerla attraverso una resa, de facto, incondizionata”. Resta il fatto che la gente muore, e non solo per le bombe. Ma per mancanza di futuro.