Se durante il periodo coloniale le colonie furono forzatamente “convertite in zone di approvvigionamento di cibo e materie prime per alimentare il capitalismo europeo” (McMichael P., “The world food crisis in historical perspective”, Monthly Review, 2009, v. 61, p. 1), le cose non furono molto diverse nel cosiddetto primo “periodo post-coloniale”: grazie anche al saccheggio organizzato da parte delle grandi corporation dell’agroalimentare, molti paesi del Sud del mondo non poterono che continuare a far parte della cosiddetta fattoria globale, attraverso cui alimentare una minoranza di consumatori, concentrati per lo più in Occidente. E ora? Ora siamo in una ‘nuova’ fase (che però paradossalmente riesce anche a convivere con la prima), quella in cui i paesi a capitalismo avanzato (Cina inclusa, questa volta) necessitano di nuovi mercati dove esportare i loro prodotti agroalimentari. I nuovi mercati sono appunto quelli dei paesi del Sud, che vengono presi letteralmente d’assalto dai prodotti agricoli di importazione, a bassissimo costo, che finiscono per ridurre al lastrico gli agricoltori locali, non più in grado di competere con i prezzi bassi degli alimenti importati.

A dire il vero, non si tratta di una nuovissima pratica, perché questo tipo di assalto all’economia alimentare del Sud arrivò già verso la metà degli anni ’70, proprio quando in Occidente si registrò la saturazione del consumo pro-capite di alimenti. Questa saturazione spinse già allora i colossi occidentali dell’industria agroalimentare a chiedere (e ad imporre) con forza la liberalizzazione del mercato mondiale dei prodotti agroalimentari. Tale liberalizzazione fu agevolata dal Fmi e dalla Bm, sulla base del ricatto della rinegoziazione del debito, e rafforzato con gli ‘accordi’ imposti dalla Wto, a partire dalla metà degli anni ’90. Le conseguenze in termini di politiche agroalimentari nei paesi del Sud furono: il divieto di creare riserve alimentari pubbliche; il divieto di sostenere i prezzi agricoli attraverso politiche protezionistiche; il divieto di controllare la produzione agricola nazionale e di introdurre restrizioni commerciali o sovvenzionamenti vari. 

Tutto ciò accadeva e tuttora accade mentre nell’altra parte del globo, ovvero nei paesi industrialmente più avanzati (Usa e Europa in testa), i sussidi pubblici per il settore agroalimentare sono estremamente importanti, specie per le grandi imprese agricole. Queste si sono trovate così ad operare nei mercati partendo da una posizione particolarmente favorevole, perché i loro profitti erano e sono in parte garantiti, indipendentemente dall’esito delle operazioni commerciali nei mercati mondiali. L’evidente squilibrio ha consentito, infatti, negli anni, alle multinazionali e altre imprese occidentali di vendere i loro prodotti a livello mondiale ad un prezzo inferiore rispetto ai costi di produzione (Oxfam, “Credibility crunch. Food, poverty, and climate change: an agenda for rich-country leaders”, 2008, Oxford, Oxfam). Il che ha letteralmente demolito l’economia agricola dei paesi del Sud, non potendo competere con i bassi prezzi dei prodotti imposti dalle multinazionali. 

Quali sono gli effetti sociali di queste politiche economiche? Di sicuro sono tanti, tra questi possiamo menzionare: l’aumento della povertà, la diminuzione della popolazione rurale (costretta ad ammassarsi nelle periferie delle città in cerca di lavoro), l’aumento della migrazione internazionale. E’ proprio cogliendo quest’ultimo filo della storia che, Mathilde Auvillain e Stefano Liberti, attraverso un web-doc (che trovate in italiano qui e in inglese qui, e che promettono di trasformarlo presto in un documentario), cercano di porre in luce i mille fili nascosti della trama da cui scaturiscono oggi le storie degli immigrati in Europa, cioè anche di quelli che muoiono nel tentativo di raggiungerla ogni notte. Come in un film girato al contrario, la storia si sviluppa andando a ritroso: parte con Prince Bony, bracciante ghanese, che ora lavora nel foggiano, e lentamente compie dei passi indietro, passi che ci aiutano a capire come mai Prince e i suoi connazionali, che vivevano in Ghana raccogliendo i pomodori, si trovano ora costretti a venire a raccogliere i pomodori a Foggia per sopravvivere.

Forte di dati e testimonianze inconfutabili, il lavoro prezioso degli autori si rivela un utilissimo strumento per capire non solo le cause di fondo delle migrazioni internazionali, ma anche per trattare uno dei temi più scottanti del mondo oggi, ovvero l’agricoltura e i prodotti agroalimentari. Anche perché, stando all’Economist, il 2007 è stato l’anno che ha sancito la fine di un’era e l’inizio di un’altra, ovvero: “L’era della fine del cibo a buon mercato”, e secondo quanto riferisce l’Onu, i prezzi alimentari sono destinati ad aumentare fino al 40% nel prossimo decennio. Segno che siamo entrati già in una nuovissima fase: quella dell’imposizione, a livello mondiale, dei prezzi dei prodotti agroalimentari dalle poche multinazionali che controllano e gestiscono l’intera industria e mercato mondiale.