Se davvero il meglio deve ancora venire, la prima pagina potrebbe essere scritta già oggi. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi entra nella prima settimana di un mese che per lui potrebbe essere molto lungo. Riforma del Senato, legge elettorale, jobs act, giustizia, anticorruzione, fino ai decreti su cultura e sovraffollamento delle carceri e i decreti attuativi sul fisco. E sullo sfondo, ma mica tanto, il semestre europeo che comincia il primo luglio, cioè domani. Ancora una volta Renzi è costretto a giocare su più tavoli (il partito, il governo, l’Europa) e questa volta non da “esterno”, quanto da primo e unico giocatore, per giunta ora spinto (e responsabilizzato) dal 40,8% ottenuto alle elezioni europee. Come dire che non “ci sono più scuse”, per usare proprio il linguaggio del capo del governo. Vista da fuori, l’impressione è questa: “Renzi esce più forte sul piano personale. Ora però deve dimostrare di avere dietro di sé un paese altrettanto forte. E questo è più difficile. I problemi dell’Italia sono il suo debito più che il suo deficit, e la sua capacità di mettere in pratica le riforme più che quella di deciderle. I decreti di attuazione delle molte leggi che sono state varate sono ancora tutti da fare. E l’Europa, giustamente, guarda ai fatti concreti, non alle belle intenzioni e neppure alle leggi giuste ma inattuate. Renzi può aver vinto la battaglia contro i burocraticismi europei dei vincoli di bilancio, ma deve ancora vincere quella contro la burocrazia italiana”. E a dirlo (a Repubblica) uno che è stato sia al posto di Renzi sia a capo della commissione europea, cioè Romano Prodi.

Senato: il Pd e la sua sinistra, Forza Italia e i suoi Minzolini
Sul piano politico il capitolo più delicato è certamente quello della riforma del Senato, che tiene impegnato Palazzo Madama da settimane con scontri anche “sanguinosi” come l’accompagnamento all’uscita grazie a dei buttafuori dei senatori Mario Mauro e Corradino Mineo, colpevoli di non essere d’accordo con il disegno di legge del governo. Il governo punta a portare a casa il primo via libera dei senatori entro la fine di luglio. Da oggi la commissione Affari Costituzionali inizierà a votare, poi il testo passerà in Aula. “Vedremo tra poche settimane se la riforma del governo Renzi avrà la maggioranza del Senato, dopo aver conquistato con il 41% quella degli elettori” dice Andrea Marcucci, renziano. Suona come un avvertimento alla minoranza del Pd, ancora combattiva e per niente convinta dell’impianto della legge elaborato dal ministro Maria Elena Boschi. Ancora ieri Vannino Chiti – predecessore della Boschi – ha ripetuto che come minimo si fa il Senato alla tedesca oppure voterà contro. Per questo sempre ieri il capogruppo al Senato Paolo Romani ha esibito tutte le piume colorate di Forza Italia: “Noi siamo stati determinanti alla Camera per approvare Italicum e lo siamo ancor di più al Senato per le riforme – ha dichiarato a SkyTg24 – Se non le votiamo, le riforme non passano”, se i berlusconiani le votano, “le riforme passano: noi e il Pd siamo allo stesso livello protagonisti di questa riforma”. Certo, resta quel problemuccio della pattuglia dei forzisti che vogliono il Senato elettivo (come una parte del Pd, un po’ di centristi e lo stesso Movimento Cinque Stelle: una maggioranza in materia non è un’utopia). Parlando con ilfattoquotidiano.it Augusto Minzolini sembrava certo che due terzi del gruppo fossero con lui. Ebbene, cosa succede? 
“Prima di giovedì prossimo”, quando si terrà un’assemblea alla presenza di Berlusconi, “nessuna decisione fondamentale sarà adottata in commissione Affari costituzionali – si rifugia in corner Romani, intervistato da Repubblica – Riuniremo tutti i parlamentari nazionali e europei e in quella sede Berlusconi ci dirà cosa fare”. Quanto ai presunti dissidenti “avevano firmato più di un mese fa una richiesta di convocazione del gruppo, che si è riunito. Non hanno mai sottoscritto la proposta Minzolini”. 

Corsa contro il tempo. Prima del processo Ruby
L’obiettivo, fanno notare fonti parlamentari della maggioranza, è quello di arrivare ad un primo voto in Aula a Palazzo Madama prima del verdetto di secondo grado del processo Ruby che, salvo imprevisti, potrebbe arrivare già il 18 luglio. In caso di condanna di Berlusconi, infatti, la reazione di Forza Italia potrebbe essere quella di sempre: imprevedibile. L’importante, perciò, è giungere con un primo sì del Senato prima della pausa estiva. Per affrontare, si osserva, con un parziale, ma solido traguardo le incognite che, in autunno, potrebbe riservare la legislatura.

Infatti all’interno del Partito democratico c’è chi cerca di mettere Renzi sul chi va là. “Serve capire meglio l’atteggiamento di Forza Italia, dove il dibattito è meno trasparente ed esplicito che nel Pd. Allo stato, Fi costituisce un freno al processo delle riforme” dice Alfredo D’Attorre, deputato bersaniano, che da mesi è uno dei portabandiera della sinistra di partito in tema di riforme. Sarà anche come dice D’Attorre, ma certo rischia di rimanere un potere “ricattatorio” di Berlusconi e dei suoi nei confronti del Pd di governo: gli azzurri legano la riforma del Senato a quella elettorale, sulla quale vogliono garanzie (sui tempi e su aspetti tecnici). E’ un’altra sfida a ritmo sostenuto per via dell’apertura sulle preferenze concessa da Renzi ai Cinque Stelle nell’incontro streaming della scorsa settimana, il primo non finito a schifio. 

Riforma della giustizia? Meglio fra un po’
Tanto è complicata la partita delle riforme che il campo va tenuto sgombro da ogni altro ostacolo. Mettere in agenda in un momento del genere temi come il falso in bilancio, l’autoriciclaggio o la responsabilità civile dei magistrati, da parte del governo, con tanto di norme scritte e definite, potrebbe trasformarsi in un bel colpo di zappa sui piedi. Gli scontri si aprirebbero non solo con le destre, ma anche all’interno della maggioranza (purtroppo per Renzi in Parlamento il Pd non ha affatto il 40,8%). Questo vuol dire che slitterebbe l’ennesima scadenza del governo: la Boschi aveva assicurato che la riforma della giustizia avrebbe iniziato il suo percorso entro il 30 giugno, cioè oggi. Invece, nel consiglio dei ministri in programma oggi, non si dovrebbe andare oltre l’elencazione di una serie di “principi” o di cosiddette “linee guida” sui temi più caldi della giustizia. Ma niente testi. Molti, spiega l’Ansa, sono già pronti e hanno già passato il vaglio del pre-consiglio dei ministri. Ma ci sono aspetti che vanno ancora discussi perché un vero e proprio consiglio dei ministri dedicato ancora non c’è mai stato. In più su falso in bilancio e su autoriciclaggio tra Fi e Pd non c’è grande intesa. Quindi meglio rinviare il confronto almeno a dopo il primo voto sulle riforme.

Ma Nitto Palma potrebbe “fregare” il governo
Sul tema la dinamica è tutta da interpretare perché legata a intrecci di codicilli e regolamenti. Perché la presenza di un possibile testo del governo era stata il pretesto per bloccare il ddl anticorruzione presentato in prima battuta dal presidente del Senato Piero Grasso e che poi ha preso il nome (perché modificato) dal relatore Nico D’Ascola (Nuovo Centrodestra). Un testo che parla anche di falso in bilancio e autoriciclaggio che ha trovato nuova energia dopo gli scandali su Expo e Mose. Ma senza un testo dell’esecutivo il presidente della commissione Giustizia del Senato Francesco Nitto Palma potrebbe riprendere i lavori. Anche sul fronte della responsabilità civile dei magistrati. Palma su quest’ultimo tema tira dritto e annuncia di voler votare già da martedì 30 (domani) perché, nonostante la richiesta di rinvio avanzata la settimana scorsa dal viceministro alla Giustizia Enrico Costa (Ncd) per riuscire a dare pareri su emendamenti e subemendamenti, per martedì il parere dovrà essere dato e i primi voti potrebbero arrivare. E in questo caso sarà difficile per l’esecutivo intervenire in corsa perché, dopo il via libera definitivo della commissione, al massimo, potrà presentare sue proposte di modifica in Aula, ma non farsi più promotore in prima battuta di un provvedimento organico. Non solo:
 per il ddl anticorruzione di D’Ascola, che al momento sembra avere una diversa impostazione rispetto a quella che si vorrebbe dare da Via Arenula, potrebbe scattare la mannaia del regolamento del Senato che prevede che la sospensione, in caso di annuncio da parte del governo di voler presentare un testo, non possa superare i 30 giorni. Il che significa che dal 5 luglio i commissari potrebbero votare anche su falso in bilancio e autoriciclaggio visto che Palma ha disposto lo stop dell’esame del testo D’Ascola il 5 giugno scorso.

Jobs act, delega fiscale, Pubblica amministrazione: Camere a ritmo serrato
Fin qui “la madre di tutte le partite”, cioè le riforme istituzionali, legata a quella più difficile, la giustizia. Ma sempre al Senato si sta scaldando il clima attorno al Jobs act, il disegno di legge delega di riforma del mercato del Lavoro che i senatori si sono impegnati a chiudere con il voto in Aula sempre entro fine luglio (ma il governo punta a chiudere in via definitiva “entro il semestre italiano di presidenza europea”, come ha ribadito il ministro del Lavoro Giuliano Poletti). All’attenzione dei senatori intanto è arrivato anche il decreto per la competitività delle imprese, che inizia il suo iter parlamentare domani 1 luglio (è assegnato alle commissioni Industria e Ambiente che partono con un ciclo corposo di audizioni). Il timing non è ancora fissato ma è probabile che si cercherà lo “scambio” con la Camera cui invece è stato destinato in prima lettura il decreto sulla Pubblica amministrazione. Anche questo provvedimento avvia l’iter domani (assegnato alla commissione Affari costituzionali) con l’obiettivo di arrivare in Aula già il 14 luglio. Nonostante i due decreti scadano il 23 agosto l’intenzione sembra quella di andare a un esame sprint che consenta di convertirli in legge prima della pausa estiva. Pausa che negli ultimi anni, complice la crisi e il sentimento “anti-casta” sempre più diffuso nell’opinione pubblica, si è ridotta a poco più della settimana di Ferragosto.

A Montecitorio c’è l’ingorgo: oltre alla Pubblica amministrazione va votato anche il decreto cultura (in commissione si deve passare al vaglio degli emendamenti, scade a fine luglio), il decreto per l’indennizzo dei detenuti per il sovraffollamento delle carceri, atteso il 21 luglio insieme anche a una proposta di legge parlamentare (del Movimento Cinque Stelle) per l’abolizione di Equitalia. E già dal 2 luglio l’assemblea della Camera sarà impegnata con la proposta di legge per ampliare le tutele agli esodati. Ma c’è anche la proposta sul rientro dei capitali dall’estero che potrebbe arrivare in Aula prima di fine luglio, visto che nelle intenzioni della maggioranza il testo andrebbe approvato in via definitiva (quindi anche dal Senato) prima della pausa. Oltre alla riforma della Giustizia, entro luglio dovrebbe prendere forma anche lo “Sblocca-Italia“, il provvedimento fortemente voluto dal capo del governo per far ripartire i cantieri, così come dovrebbero arrivare altri decreti attuativi della delega fiscale, mentre le commissioni aspettano ancora di ricevere i due approvati dal governo sempre il 20 giugno per l’avvio della riforma del catasto (con le commissioni censuarie) e del 730 precompilato (hanno 30 giorni per esprimere i pareri).