Immunità? No grazie. I sindaci delle grandi città respingono al mittente lo scudo giudiziario riproposto per i membri del nuovo Senato. Si sono dichiarati contrari all’immunità Marco Doria (Genova), Ignazio Marino (Roma), Giuliano Pisapia (Milano), Luigi De Magistris (Napoli), Enzo Bianco (Catania), Leoluca Orlando (Palermo), Massimo Zedda (Cagliari). Nel Senato dei non eletti, secondo la riforma di Matteo Renzi, dovrebbero entrare 21 sindaci e 74 consiglieri regionali, oltre a cinque nominati dal capo dello Stato: tutti protetti dall’immunità. Prezioso, quello scudo, in un momento in cui 17 Consigli regionali su 20 sono sotto inchiesta per le spese pazze e la percentuale di indagati nelle assemblee delle Regioni non è mai stata così alta.

In principio fu Er Batman: Franco Fiorito, capogruppo Pdl alla Regione Lazio, viene arrestato e condannato, nel 2012, per aver rubato soldi pubblici. In un paio d’anni, aveva fatto 109 bonifici dal conto del Pdl al proprio conto corrente. Non era il solo: le inchieste che si aprono in varie parti d’Italia documentano che è prassi comune, per i consiglieri regionali, usare il denaro dei rimborsi non per l’attività politica, come vorrebbero le regole, ma per pagare le proprie spese personali. Lo scandalo degli scontrini allegri coinvolge quasi tutta l’Italia, dal Lazio alla Lombardia, dal Piemonte all’Emilia Romagna, dalla Liguria alla Campania. Le indagini scoprono per esempio che un consigliere lombardo, il leghista Stefano Galli, con i soldi pubblici aveva pagato il banchetto di nozze della figlia Verdiana. Un altro leghista, Pierluigi Toscani, ci aveva comprato cartucce e munizioni per la caccia. Un altro ancora, Alessandro Marelli, aveva saldato il conto di locali notturni, il Colibrì, il Cherry Dance. Nicole Minetti, Pdl, eletta a Milano nel listino bloccato di Roberto Formigoni, oltre a innumerevoli cene a base di sushi, i soldi pubblici li aveva usati per comprare alla Feltrinelli (16 euro) il libro Mignottocrazia: doveroso aggiornamento politico-culturale con un volume in cui era ampiamente citata. A Roberto Cota, ex presidente della Regione Piemonte, i magistrati hanno contestato 25 mila euro di acquisti personali, tra cui le famose mutande verdi.

Questa è la base da cui dovranno essere scelti, dopo la riforma, i nuovi senatori immuni. La rete dovrà pescare nel mare più inquinato della politica italiana: su 1.100 consiglieri regionali, 521 sono stati indagati, per 300 è stato chiesto il giudizio. Tre i Consigli regionali che sull’onda degli scandali sono stati sciolti in anticipo rispetto alla scadenza elettorale: quelli del Lazio, della Basilicata e della Lombardia. Imbarazzanti i numeri dei consiglieri indagati: 83 in Sicilia, 64 in Lombardia, 51 in Campania, 39 in Piemonte. In Emilia Romagna indagati tutti e nove i capigruppo. È vero che i protagonisti delle storie più scandalose di spese pazze si sono fatti da parte, ma molti altri sono restati nelle assemblee regionali, quando non sono stati addirittura promossi. È il caso di Francesca Barracciu, vincitrice delle primarie del centrosinistra per la presidenza della Regione Sardegna che è stata chiamata da Matteo Renzi a fare il sottosegretario nel suo governo, malgrado sia indagata per peculato. Come Vito De Filippo (Pd), sottosegretario alla Salute, a processo per l’uso disinvolto dei soldi pubblici della Regione Basilicata. E come Umberto Del Basso De Caro (anch’egli Pd), che proviene dalla schiera degli indagati della Regione Campania e ora è sottosegretario ai Trasporti.

Quel mare da cui dovranno essere pescati i futuri senatori è davvero affollato di impresentabili. In Lombardia c’era Roberto Formigoni, imputato per corruzione, per i fondi regionali assegnati a centri della sanità privata come la Fondazione Maugeri. In Abruzzo c’era Ottaviano Del Turco, condannato in primo grado per il sistema della corruzione impiantato nella sanità regionale. Indagata l’ex presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti, nell’inchiesta sull’Alta velocità di Firenze: per le gare addomesticate quando era presidente di Italferr (l’azienda delle Fs a cui ora vogliono dare il controllo di tutti gli appalti Expo).

In Puglia c’è Nichi Vendola, di cui è stato richiesto il rinvio a giudizio per concussione, nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. In Calabria ci hanno stupito con effetti speciali: il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, è stato condannato in primo grado a 6 anni per abuso d’ufficio e falso, per la vicenda che ruota attorno a una dirigente del Comune di Reggio Calabria e alla scomparsa di 170 milioni dalla casse cittadine, quando Scopelliti era sindaco della città. D’altra parte, altri tre consiglieri regionali calabresi sono stati arrestati, e due di questi per rapporti con la ’ndrangheta. A proposito di sindaci, è indagato anche quello di Taranto, Ippazio Stefàno, per abuso e omissione di atti d’ufficio: per non aver preso le misure necessarie a tutelare la salute dei suoi concittadini. La vicenda è quella dell’inquinamento dell’Ilva. In un’intercettazione telefonica, Stefàno rassicurava il responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archinà: “Tranquilli! Il referendum cittadino sulla chiusura degli impianti lo faremo il più tardi possibile”.

In Sicilia, l’ex presidente Raffaele Lombardo è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma sono ben 83 i deputati regionali indagati per le spese facili. Tra questi, il renziano Davide Faraone, membro della segreteria Pd, responsabile del Welfare, a cui sono contestati rimborsi illeciti per 3.380 euro.

Ora non resta che aspettare il cammino della riforma che vuole impiantare un Senato fatto a tempo perso, come secondo lavoro, da sindaci e consiglieri. Possibilmente garantiti dall’immunità.

Da Il Fatto Quotidiano di martedì 24 giugno 2014