Nei corridoi del Partito democratico parlano di doccia fredda. Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, aveva garantito di essere pronta a entrare nella squadra di governo “perché con i magistrati era tutto chiarito”. In suo favore si erano esposti il ministro Maria Elena Boschi e lo stesso premier Matteo Renzi. Ma venerdì scorso è arrivato il colpo di scena. Il pm di Cagliari Marco Cocco ha interrogato in gran segreto l’ex consigliere regionale, indagata per peculato aggravato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi sui gruppi consiliari della Regione Sardegna, proponendo a Barracciu due sorprese.

In primo luogo la procura le contesta di aver speso senza giustificazione altri 40mila euro, oltre ai 33mila per i quali è già indagata da sei mesi. “Lo abbiamo scoperto solo venerdì – spiega il suo difensore, Carlo Federico Grosso – ma abbiamo preso tre settimane di tempo per rispondere, l’onorevole deve riordinare le idee, contestano episodi che sono di tre anni fa”. Ma soprattutto i magistrati la accusano di aver mentito. Barracciu aveva sostenuto il 6 dicembre scorso di aver speso 33mila euro, tra il 2006 e il 2009, in viaggi politici e istituzionali.

“Abbiamo anche indicato uno per uno gli appuntamenti politici cui la signora ha partecipato, con la propria automobile”, aveva spiegato Grosso. Alla media di 62 chilometri al giorno, 942 chilometri al mese, 24 mila all’anno su e giù per la Sardegna. Gli inquirenti hanno in seguito messo a confronto il resoconto sui viaggi dell’indagata con i movimenti della sua carta di credito, scoprendo che in più di un’occasione il sottosegretario si trovava in posti diversi da quelli dichiarati, spesso a Cagliari dove ha sede il consiglio regionale, in almeno un caso all’estero. La conclusione dei pm: lei era a Cagliari, dunque non c’era nessuna benzina da rimborsare. Lei si è difesa sostenendo che fossero spese fatte prima di partire per la missione o dopo il rientro. Una linea difensiva giudicata debole dal pm Cocco, che sembra orientato a procedere con la richiesta di rito immediato, che presuppone l’evidenza della prova. L’avvocato Grosso allarga le braccia e dice: “Valuteremo l’ipotesi se è meglio difendersi da sottosegretario o meno. Questa è una valutazione politica, spetta alla mia cliente. Ma ne parleremo”.

La donna che doveva guidare il nuovo corso renziano in Sardegna diventa così un imbarazzo crescente per il Pd. E per Renzi stesso, che in difesa di Barracciu si è speso senza riserve. Molto popolare in Sardegna, renziana della prima ora, dopo l’esperienza da consigliere regionale si è candidata alle Europee nel 2009, ma è entrata a Strasburgo solo un anno e mezzo fa come la prima dei non eletti al posto di Rosario Crocetta eletto governatore in Sicilia. Sei mesi fa ha conquistato alle primarie del centrosinistra il ruolo di sfidante del governatore uscente berlusconiano Ugo Cappellacci. Poche ore dopo il trionfo, mentre parla del suo futuro a Ballarò, la informano che a suo carico c’è un avviso di garanzia. È accusata di peculato e di 33 mila euro non giustificati. Lei non salta neanche sulla sedia, mezzo partito è nelle sue stesse condizioni. Ma col tempo, a ogni accertamento i magistrati ne scoprono una nuova.

Renzi spedisce in Sardegna il suo emissario, Stefano Bonaccini, e lo incarica di risolvere il problema: eliminare un candidato indagato e in calo di popolarità. Il 30 dicembre, in una drammatica resa dei conti a Oristano, la fanno fuori. Mentre il Pd mette in pista Francesco Pigliaru, che batterà Cappellacci, Barracciu, che è tipa tosta, proclama la sua innocenza e punta i piedi. Il 4 gennaio va a Firenze e strappa a Luca Lotti, altro fedelissimo di Renzi, una promessa: lei fa la brava e avrà un assessorato di rilievo, magari il più ambito, la Sanità. Ma Pigliaru, appena eletto, le sbarra la strada: “Niente indagati nella mia giunta”. A quel punto nasce il governo Renzi e le viene concesso il risarcimento estremo: sottosegretario alla Cultura. La linea del Pd resta garantista, ma fino a un certo punto. Anche perché il rumore intorno al caso Barracciu imbarazza la pattuglia di parlamentari Pd sardi indagati con lei per lo stesso reato: Silvio Lai, Siro Marrocu, Marco Meloni e Francesco Sanna, tutti chiamati a rispondere di cifre dai 30 ai 90 mila euro. L’avvocato Grosso, uno dei migliori penalisti in Italia chiamato da Torino per la gravità del caso, si dice sicuro di poter chiarire tutto nel prossimo interrogatorio. Che potrebbe però arrivare troppo tardi.

di Emiliano Liuzzi e Giorgio Meletti

da Il Fatto Quotidiano del 20 marzo 2014