“Ci avremmo impiegati anche dieci anni ma ce l’avremmo fatta. Non ci saremmo arresi”. Letizia Ruggeri è calma, risponde a tutte le domande dei giornalisti. Ci mette la faccia il pm di Bergamo come fa il procuratore, Fracesco Dettori, e come fanno i vertici di polizia e carabinieri, che giurano su una “indagine spaventosa” ma “da manuale”.  Per loro non ci sono dubbi il Dna di Ignoto 1 coincide con quello di Massimo Giuseppe Bossetti. E per lui probabilmente la Procura chiederà il giudizio immediato. Le indagini non sono chiuse, i carabinieri del Ris sono nella casa di Mapello del muratore accusato di essere il killer, ma il “puzzle è quasi completo”. 

Si era parti dal nulla. Poi il corpo della ragazzina di Brembate era stato ritrovato e aveva “parlato” fornendo quelle tracce biologiche “abbondanti” e che hanno resistito a tre mesi intemperie, sui leggin e negli slip, che sono state analizzate in “quattro laboratori diversi” per quattro volte. Tutti i risultati combaciavamo, sempre lo stesso Dna. Che è sovrapponibile per il 99,999987% a quello del muratore di Mapello rinchiuso in carcere. È stato quel profilo genetico “il faro per proseguire le indagini”.

Vale la pena ricordare che il mosaico è stato costruito con 18mila test del Dna: tessera dopo tessera partendo dalle analisi sui frequentatori della discoteca vicino al campo di Chignolo dove il corpo di Yara era stato ritrovato. È stata una risalita contro corrente che ha portato a trovare il padre di Ignoto 1 quel Giuseppe Guerinoni, autista di autobus morto anni fa che ebbe una relazione con Ester Arzuffi, già sposata e rimasta incinta di due gemelli. 

Quando finalmente hanno trovato lei, dopo aver spulciato archivi, dopo aver sentito a verbale centinaia di persone, i detective hanno trovato lei finalmente sono arrivati a Bossetti. “Attraverso un’indagine anagrafica, negli anni siamo arrivati alla madre Ester Arzuffi, che condivide nel Dna un allele molto raro e particolare. Una volta individuata la madre – dice il pm – il percorso è stato in discesa”.

”È stata un’indagine faticosissima, ma ogni giorno qualche tassello andava a completare il puzzle. Non avete idea di quanta fatica è stata fatta in un’indagine a elenchi, con nessun testimone e ben poche telecamere funzionanti. Nei primi mesi è stato un incubo”. Da cui però gli investigatori investigatori ritengono di aver dissolto. Sulla poltrona di chi risponde alle domande si succedono il generale Mario Parente, comandante del Ros, “un’operazione di assoluta avanguardia nel settore”, il direttore dello Sco, Raffaele Grassi, “si tratta di un caso unico, con la difficoltà di indagare al buio, che potrà essere illustrato nelle scuole di polizia giudiziaria”, il questore di Bergamo Fortunato Finolli, “abbiamo dato il nome a un marziano”, e dal colonnello dell’Arma Antonio Bandiera, “dovere morale” di dare una risposta alla famiglia e ai cittadini. Hanno parlato anche i genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani, genetisti del dell’Università di Pavia, per spiegare come l’indagine genetica abbia un margine di errore quasi pari allo zero. Sono loro che hanno effettuato l’ultimo test: quello sul boccaglio dell’alcol test fatto a Bossetti. E, sottolinea la Procura, il confronto tra il Dna quello trovato sugli indumenti della vittima e quello del presunto colpevole “è ripetibile”. Ci sono poi gli altri indizi: a partire dalla polvere di calce, trovata non solo nei polmoni, sulle ferite e sulla pelle di Yara.  

Ma perché quell’uomo, che si professa innocente, avrebbe dovuto ghermire una ragazzina che usciva da una palestra e lasciarla morire di freddo e di stenti, dopo averla colpita alla testa e al corpo con un coltello. “Dobbiamo accertare se si tratti di un movente sessuale” risponde a questa domanda il pubblico ministero che sta valutando di chiedere il giudizio immediato. Uno degli aspetti di cui dovranno occuparsi gli investigatori è quello delle dichiarazioni rese dal fratellino che, nel luglio del 2012, aveva spiegato che la sorella “aveva paura di un signore in macchina che andava piano e la guardava male quando lei andava in palestra e tornava a casa percorrendo la via Morlotti”. L’uomo “aveva una barbettina come fosse appena tagliata”, e Massimo Giuseppe Bossetti ha avuto un pizzetto biondo, e possedeva una “macchina grigia lunga”, e Bossetti è proprietario – annota il gip Ezia Maccora nell’ordinanza di custodia cautelare – di una Volvo V40 di colore grigio”. 

Mentre i Ris cominciano a scandagliare la casa dell’indagato il padre di Yara fa sapere che la famiglia Gambirasio “prega per la famiglia Bossetti perché stanno soffrendo più di noi. La nostra Yara ora è in paradiso”.