“Era nostra intenzione mantenere il più stretto riserbo sull’operazione, anche per tutela dell’indagato, per il quale esiste la presunzione d’innocenza”. Dopo due giorni di mugugni e di polemiche, con i carabinieri del Ros indignati e mezza procura di Bergamo sul piede di guerra, il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori, non ce l’ha fatta più e ha mandato un messaggio chiaro al ministro dell’Interno: sul caso Yara la sua intemperanza ha rischiato di compromettere tutto.

Laddove con “tutto” s’intende un lavoro certosino, svolto da magistrati e forze dell’ordine in anni e anni di pazienti riscontri, fino ad un risultato sorprendente. Poi è arrivato lui, Alfano. Colpito, ancora una volta, dall’ansia di dare visibilità ad un successo di certo non suo, si è bellamente fatto un baffo di ogni prudenza e ha spiattellato tutto su Twitter. Più che una semplice gaffe, il segno definitivo per molti di un’inadeguatezza al ruolo di cui ormai si affastellano gli episodi. Il caso Yara, infatti, arriva alla fine di una periodo nero, nerissimo per la credibilità di Alfano, dove la sua ricerca di riscatto rispetto ad errori marchiani commessi fin dall’inizio dell’incarico al Viminale ha viaggiato di pari passo con la voglia di Letta prima e di Renzi poi di farlo fuori alla prima occasione utile.

Ora, questa opportunità politica sembra arrivata a maturazione, quasi a portata di mano. Peccato che il Quirinale freni: ci sono altre priorità, ora, prima di mettere mano ad un rimpasto capace di rendere giustizia ai mutati equilibri politici scaturiti dalle urne europee. Il Nuovo Centro Destra, insomma, è certamente sovradimensionato nella compagine di governo rispetto al reale peso politico del partito e a breve questo nodo dovrà trovare soluzione. D’altra parte, anche il ministro Lorenzin è nel mirino, dopo i casi Aventis e Stamina, e i 5 stelle hanno fiutato l’opportunità di intestarsi la sua prossima, possibile uscita di scena dal ministero della Sanità arrivando alla presentazione di una mozione di sfiducia che, probabilmente, non arriverà ad essere discussa perché arriverà prima Renzi.

Ma non ora, si diceva, probabilmente a settembre, dopo la partenza del semestre europeo e dopo che saranno stati consumati alcuni importanti passaggi, specie sulle riforme. Renzi non vuole creare subbuglio al Senato, dove gli equilibri sono sempre incerti, prima di aver portato a casa almeno il primo voto sulla riforma. E quello, forse definitivo, sulla legge elettorale. Poi toccherà anche ad Alfano. Perché – non se lo nascondono più neppure a Palazzo Chigi – il ministro dell’Interno si sta svelando, con il passare dei mesi, il più inadeguato degli ultimi anni, secondo forse solo a Claudio Scajola (quello del G8 di Genova e che apostrofò Marco Biagi come “un rompicoglioni”, tanto per ricordare).

Certo, il titolare del Viminale ha sempre una scusa pronta, dopo le sue scivolate. Su Yara, per dire, si è giustificato così, anche in risposta al Procuratore di Bergamo: “Opinione pubblica doveva essere rassicurata”. Come, probabilmente, doveva essere protetta anche dalla “pericolosa terrorista internazionale” Alma Shalabayeva e dalla sua piccina Aula, 6 anni, moglie e figlia dell’oppositore del regime Mukhtar Ablyazov, rispedite senza tanti complimenti in Kazakistan proprio nelle mani del dittatore Nazarbayev, solo per fargli un favore.

Si sa che, di quell’errore, a pagare sono stati dei funzionari del Viminale, mentre Alfano è rimasto al suo posto. La Shalabayeva è poi tornata in Italia con tante scuse, ma il ministro dell’Interno ha fatto finta di non accorgersene. E che dire poi, dell’altra figuraccia recente, quella che vede protagonista un l’ormai ex latitante ed ex compagno di partito Marcello Dell’Utri. Che prima, non si sa come, è riuscito a fuggire in Libano, ma poi, sull’onda del montare dell’indignazione pubblica, è stato prontamente catturato nel suo esilio dorato, arresto di cui Alfano si è fatto un vanto pubblico come se avesse assicurato alle patrie galere Al Capone. E dire che, con Dell’Utri, fino a pochissimo tempo prima, il ministro ex delfino di Berlusconi ha condiviso un’intera storia politica e personale, dividendo non solo la tavola e il comune sentire umano e politico, ma anche le medesime, assidue frequentazioni arcoriane.

E’ stato per questo se il roboante annuncio della cattura di dell’Utri è suonato stridente, sia a destra che a sinistra. Da una parte lo hanno scaritato (si veda al proposito il titolo di questa mattina de L’Unita: “Alfano, il presunto ministro”). A destra si sono indignati e stavolta c’è stato da dargli poco torto: “Alfano poteva risparmiarsi questa vanteria – disse Paolo Romani in quel frangente –  se una persona avesse un po’ di coraggio poteva evitarsi la battuta di ieri. Mi spaventa molto che in questo Paese per via giudiziaria, sia stata fatta una azione politica”. Appunto: operazioni politiche di bassa, bassissima lega. Solo ed esclusivamente per tenere alta un’immagine che i fatti, però, rendono sempre più opaca ogni giorno che passa. Gaffe dopo gaffe, errore dopo errore, scivolata dopo scivolata. L’imbarazzo è alto a Palazzo Chigi, ma non è neppure facile, con l’aria che tira al Nazareno, pensare alla sostituzione di Alfano, anche se l’idea di Renzi è di arrivare a mettere sulla poltrona più alta del Viminale, prima possibile, uno che di Alfano è l’opposto in tutto, soprattutto sul fronte della riservatezza: Marco Minniti. Solo che non succederà domani.