Tra i buchi neri del caso Moro c’è anche la latitanza di Alessio Casimirri, ex brigatista del commando di via Fani. Una circostanza rivelata nel cosiddetto ‘memoriale’ sull’agguato a Moro di un altro ex membro delle br, Valerio Morucci.

La fuga protetta di Casimirri, che partì per il Nicaragua dalla Francia con un passaporto secondo molti fornito dai servizi segreti, ha retto il passaggio del tempo. In particolare, rivelano oggi fonti investigative, almeno un paio di tentativi di incursione da parte di due uomini delle istituzioni, un magistrato e un alto ufficiale del Carabinieri, entrambi bloccati prima che le loro azioni potessero avere un seguito.

Il primo caso riguardò l’allora pubblico ministero di Milano Massimo Meroni, un magistrato che aveva svolto indagini molto accurate sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio ’72). Per questo finì sul suo tavolo il fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla base delle dichiarazioni di un ex brigatista, Raimondo Etro, il quale riferì ai magistrati della capitale (7 marzo ’98) e poi a quelli milanesi (31 marzo e il 3 giugno ’98) alcune confidenze raccolte nel periodo del sequestro dell’onorevole Aldo Moro proprio dalla nostra primula rossa.

Alessio Casimirri avrebbe detto ad Etro che nell’omicidio Calabresi era coinvolto Valerio Morucci, all’epoca della sua militanza nel movimento di Potere Operaio, di cui era stato fin dagli inizi degli anni ’70 un elemento di spicco, tanto da entrare nel 1972 a fare parte del Direttivo Centrale Romano. L’origine politica di Morucci, legata a un gruppo che aveva molti punti di contatto con Lotta continua (di cui esponenti sono stati giudicati responsabili dell’omicidio Calabresi), pur nella diversità di visione nel modo di condurre la lotta di classe, aveva suscitato interesse negli investigatori. Meroni oggi ricorda Etro come una persona attendibile, che non aveva nessun interesse collaterale nel raccontare quella confidenza del tutto spontanea.

Per questo gli sembrava importante andare a sentire la fonte principale e per farlo non aveva che un modo: andare in Nicaragua. Tra l’altro ben prima di Etro, anche una brigatista pentita, Emilia Libera, aveva detto (2 aprile 1982) le stesse cose su Morucci e i suoi possibili legami con il caso Calabresi, aggiungendo che all’epoca questa era la voce che circolava nelle Brigate Rosse. Meroni si attivò immediatamente: chiese alle autorità giudiziarie nicaraguensi di poter interrogare Casimirri. Tutto sembrava pronto, ma la sera prima della partenza una telefonata dell’ambasciata italiana a Managua bloccò Meroni: “Non parta dottore, non se ne fa niente, sono state revocate tutte le autorizzazioni in seguito a un ricorso dell’interessato”. La questione si chiudeva con una porta sbattuta in faccia a un magistrato dello Stato italiano, senza che questo provocasse clamore in Italia. Meroni dopo una serie di tentativi si trovò costretto ad archiviare il procedimento (20 luglio 2000).

Se il fallimento del viaggio del magistrato milanese è imputabile alle protezioni nicaraguensi accordate a Casimirri – “sicuramente quel paese lo protegge molto”, dice oggi Meroni che non si sbilancia sulle responsabilità italiane – la faccenda dell’operazione tentata per riportarlo a casa è bene diversa.

Tra il 2005 e il 2006, dopo la cattura di Rita Algranati, ex moglie di Casimirri, Enrico Cataldi, un ufficiale puntiglioso e attento, allora direttore della divisione ‘terrorismo interno’ del Sisde, pensò che si potesse orchestrare la stessa identica azione per riportare in Italia il latitante numero uno delle Br. Algranati, la ragazza con il mazzo di fiori (il segnale secondo Morucci dell’imminente passaggio della macchina di Moro via Fani) aveva lasciato il Nicaragua e si era stabilita con il suo nuovo marito, Maurizio Falessi, in Algeria.

Il Ros di Mario Mori mise su la trappola, probabilmente realizzata all’interno di uno scambio di favori tra intelligence. Mori riuscì a ottenere che Algranati e Falessi lasciassero il paese che li ospitava, pare che qualcuno li indusse a credere che gli algerini erano pronti a ‘venderli’. Di passaggio in Egitto la fuga dei due fu interrotta all’aeroporto del Cairo, il 14 gennaio del 2004, dagli uomini della Digos di Roma in collaborazione con Ucigos e Sisde. Gli investigatori romani spiegarono che alla loro cattura, “oltre a un enorme lavoro di intelligence della polizia italiana con il servizio interno civile, si è arrivati anche grazie a uno scambio di informazioni tra i servizi italiani e quelli del nord Africa, che hanno consentito alle forze di polizia di mettere in atto i giusti dispositivi investigativi”. Algranati e Falessi furono subito espulsi, ricondotti in Italia e arrestati.

Il generale Cataldi, che oggi mantiene un assoluto riserbo e rifiuta ogni commento, pensò di attuare la stessa strategia per acciuffare Casimirri: avrebbe trovato il modo di indurlo a lasciare momentaneamente il Nicaragua per bloccarlo in un paese terzo, il Costa Rica, dove l’ex brigatista si recava per motivi di lavoro, d’accordo con le autorità locali. Cataldi è un ufficiale noto nell’ambiente per l’estrema meticolosità e per la tenacia nel raggiungere i suoi obiettivi. Era sicuro di riuscire anche in quella occasione. Erano già stati comperati i biglietti aerei dall’agenzia del Servizio – che li rimborsò al momento dell’annullamento. Fu bloccato, dicono oggi diverse fonti investigative, non dalle autorità di Managua ma dagli alti vertici del Servizio interno che gli dissero di stare fermo, di occuparsi d’altro, che quella operazione non si doveva fare.

Le ombre attorno alla figura di Casimirri sono sempre state tante, ma il tempo pare che lavori per ingrandirle: c’è solo da sperare che la nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro abbia voglia e possibilità di raccontarci qualche pezzo di verità, compresa la faccenda delle protezioni accordate all’ex brigatista e ai segreti che, evidentemente, custodisce.