All’inizio si sospettò che proprio lui, Raimondo Etro, l’uomo delle Brigate rosse  finito il carcere nel 1994, fosse uno dei passeggeri della moto Honda notata il 16 marzo del 1978 in via Fani dall’ingegner Alessandro Marini durante il sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. La stessa moto su cui ora s’ipotizza ci fossero due uomini dei servizi segreti per proteggere l’azione dei brigatisti. Il particolare, tutto da confermare, viene raccontato da un ex agente dell’antiterrorismo di Torino che svela l’esistenza di una lettera scritta da uno dei due motociclisti.  

Etro, intanto, uscì subito da quella storia. Non era lui l’uomo sulla Honda. Però, oggi, ricorda un passaggio del suo vecchio interrogatorio che alla luce dei nuovi scenari diventa altrettanto clamoroso. “Alessio Casimirri (uno degli autisti delle Br presenti in via Fani, ndr) mi disse che era successo qualcosa di imprevisto (durante l’attentato) che potrebbe riguardare una moto e chi la guidava”. Il ruolo di Etro nell’affare Moro fu chiarito dopo il suo arresto. All’epoca aveva 37 anni.  Prospero Gallinari gli chiese, infatti, di fare un accurato sopralluogo nella chiesa di Santa Chiara, dove Aldo Moro era solito andare a pregare la mattina presto: svolse con cura il suo lavoro, andando ogni giorno in chiesa e facendosi passare con il parroco per un ragazzo in cerca di sé stesso. Fece una cartina millimetrica del luogo ma alla fine non se ne fece nulla perché, spiegò durante il processo Moro Quinques, “non sarebbe stato facile immobilizzare la scorta di Moro fuori dalla Chiesa”. Questi gli iniziali propositi brigatisti. Il ruolo di Etro finì lì. Si era anche pensato di organizzare un avvistamento via radio dell’auto di Moro: Raimondo avrebbe dovuto dare il segnale ma le prove non andarono bene e non se ne fece nulla.

Tuttavia conobbe durante quei tentativi il capo brigatista Mario Moretti e Barbara Balzerani: si incontravano in via Stresa per provare e riprovare. Iniziato al gioco dell’eversione da Alessio Casimirri e Rita Algranati, i suoi compagni lo ritenevano comunque uno con i nervi fragili. Durante l’attentato al giudice Palma, nel febbraio del ’78, non riesce a premere il grilletto: nel commando c’è Gallinari che porta a termine l’agguato. Impossibile, perciò, dargli altro lavoro nell’Operazione Frezza, come le Br chiamarono il progetto di rapire Aldo Moro. Fu avvisato dal suo amico Casimirri, due giorni prima del 16 marzo, che stava per compiersi l’azione del secolo. Oggi Raimondo Etro è un uomo che porta i segni delle sue scelte. Le novità sul caso Moro, le stringenti rivelazioni di un ufficiale di polizia sull’identità dei due uomini sulla Honda, agenti legati al colonnello del Sismi Camillo Guglielmi (che ha sempre ammesso la sua presenza a via Fani la mattina del 16 marzo) lo colpiscono come un fulmine e ammette di essere sconvolto.

“Se fosse vero – dice – tutto sarebbe da riscrivere”. Ricorda che nel 1996 ebbe i primi barlumi di consapevolezza che la vicenda che lo vide protagonista era troppo grande per poter essere stata gestita tutta dai suoi compagni ma, allo stesso tempo, Etro si è sempre rifiutato di pensare che esistesse una doppia mano nella vicenda che segnò la storia delle Brigate rosse e del paese. Continua: “Se fosse confermata questa nuova versione, significa che in via Fani c’era anche lo Stato. Ma molti di noi non ne sapevano niente. E non ne abbiamo mai saputo niente dopo. Anche se”. Cosa?

“Non ho mai capito come Alessio Casimirri e Rita Algrani riuscirono a scappare in Nicaragua: erano insieme in Francia, Antonio Savasta stava collaborando e dovevamo cercare riparo. Per una settimana sparirono e poi vengo a sapere che sono fuggiti in America Latina. E poi ancora: perché Casimirri è ancora libero e Rita Algranati, che lasciò il Nicaragua alla volta dell’Algeria, fu poi ‘venduta’ e catturata durante il governo Berlusconi (l’operazione fu condotta dal colonnello Mario Mori che ottenne un accordo di cooperazione con l’Egitto per arrestare l’ex moglie di Casimirri, ndr). Sarà forse perché il padre di Casimirri era molto amico del generale Santovito? Certamente non quadrano molte cose, la sua latitanza fa davvero pensare a quella assicurata a Delfo Zorzi”.

Perché sceglieste proprio Aldo Moro? “Gallinari disse che era l’uomo sopra le parti, che non era un capo corrente e che per lui la Dc avrebbe trattato. Un capo corrente lo avrebbero lasciato a se stesso. Negli anni mi sono reso conto che in realtà era l’uomo più in conflitto con gli Stati Uniti mentre noi aveva di lui l’idea ben altra idea. Sbagliammo”, chiosa Etro che non vuole aggiungere altre riflessioni e chiede tempo.

di Stefania Limiti (autrice del libro Doppio livello, edito da Chiarelettere)