Con un’indecente/illuminante intervista a il Corriere della Sera, la vice-segretaria Serracchiani segna un prima e un dopo nei rapporti tra il Partito Democratico pre-Renzi e il successivo Pd con Renzi (anzi “di” Renzi). In questa intervista, l’indecente e l’illuminante si alternano a ritmo sincopato sino a sovrapporsi in maniera plastica nell’idea assoluta – certifica il governatore del Friuli – che «c’è un corso nuovo che non fa sconti a nessuno». L’indecente sta innanzitutto nel non essere nobilmente vincitori, neppure quando i vinti, i battuti per sempre dalla storia e da Renzi, sono ridotti a semplice servitù politica con al massimo una bandierina civatiana stinta all’orizzonte la quale, come sostengono autorevoli maliziosi alla Sposetti, è fintamente antagonista e semmai del tutto organica al progetto renziano che ha pur necessità di un oppositore (uno, di numero).

Un filo indecente è anche non rammentarsi neppure di quel quarto d’ora di apprezzabile eloquio che la rese deputata europea in epoca franceschiniana, un tipo, il Franceschini appunto, che è riuscito sempre a proiettarsi nel comodo futuro mai accollandosi il passato.

Ma indecente è soprattutto ripetere nell’intervista in ben dieci (!) occasioni, con sfumature lievissimamente diverse, che «il nostro nuovo Pd non fa sconti a nessuno» (gli indagati al governo evidentemente sono a prezzo bloccato), dopo aver messo a verbale, a premessa di tutto: «Non intendo dividerci tra noi e loro».

Li chiama proprio così, “loro”, come un corpo estraneo, un’identità collosa e chissà poi se collusa con il malaffare che gira intorno. Terribile. Leggetela pure, io mi sono fermato a dieci occasioni, forse ne troverete di più.

Ma qui interviene l’illuminante. Se c’è una necessità quasi “fisica”, ossessiva, reiterata, di marcare una differenza, di scavare un fossato di qualche trilione di chilometri tra il Partito Democratico e il Nuovo Partito Democratico, questo autorizza il sospetto che, in fondo, questi scandali mostruosi di queste settimane in realtà producano addirittura un godimento interiore, come una demarcazione sentimentale utile a separare il vecchio dal nuovo e così mostrare all’esterno il bianco più bianco di Matteo R. & C.

Ma, allo stesso tempo, questo atteggiamento liquidatorio rischia anche di (ri)mettere in discussione la legislatura, almeno nell’idea renziana di portarla al suo naturale compimento. Renzi, che manda i suoi allo sbaraglio ma che tiene per sè opportunamente la parte di quello più intelligente (della Serracchiani, ecc.), da Napoli ha cercato di non allargare il fossato, semmai ha stoppato la contrapposizione, rivendicando giudiziosamente una corresponsabilità politica: «Il giochino “noi e loro” – ha detto, intervistato da Ezio Mauro – non può funzionare, soprattutto quando sei maggioranza nel Paese».

Qui, infatti, non è più questione se ci sia o non ci sia Berlusconi a sorreggere i patti del Nazareno e neppure se il Nuovo Centro Destra prima o poi si riavvicinerà ai suoi simili, nelle parole della Serracchiani c’è la formalizzazione di un disprezzo tutto interno alla famiglia del Pd, c’è un puntare il dito sui “vecchi” (peraltro venerati anche da alcuni “nuovi” giovani poi trasvolati con Renzi) e con il massimo cinismo formalizzarne una subalternità vischiosa: voi ci servite solo per i nostri scopi, voi dovete semplicemente fare il vostro dovere, voi dovete votare le nostre leggi. Su tutto il resto, non avete diritto a nulla.

Non ho nessuna fiducia che D’Alema si alzi e dia due schiaffi a questa “ragazzina”. E poi perché. D’Alema è stato sempre un uomo di potere che riconoscere dove il potere c’è. E la Serracchiani adesso è il potere (da non credere, eh?). Così come tutti gli altri, che si faranno umiliare convintamente, sfogandosi semmai in qualche triste cena. Ma certo, se nessuno dei vecchi alzerà un dito, se nessuno accennerà a una reazione, se si faranno maramaldeggiare da un dilettante allo sbaraglio tipo Luca Lotti, allora significa che potremo serenamente organizzare il grande funerale per il Partito Democratico e indire direttamente il referendum tra i militanti per il nuovo nome.

Ps. Nello stesso giorno, anche Bonafè e Moretti sono scese in campo (Rep e Stampa) sul ritornello “vecchio-nuovo”, segno di una strategia comunicativa. La mia impressione, tendente al malinconico, è che per interpretare il cinismo del capo da replicanti, senza averne lo spessore, è meglio non essere donne. Sono molto più credibili gli uomini.