Matteo Renzi ha detto che servirebbe il reato di alto tradimento, che introdurrebbe il daspo per i politici corrotti, che il problema non sono le regole ma i ladri. Ha messo davanti a tutto la presunzione di innocenza garantita dalla Costituzione, ma altri nel Pd come Piero Fassino si sono affrettati o a mettere la mano sul fuoco per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, arrestato due giorni fa, o addirittura a togliergli in fretta e furia l’etichetta di democratico. Tra questi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria Luca Lotti, coordinatore della segreteria del Pd e ex responsabile Enti locali durante la reggenza di Guglielmo Epifani. E ora il rischio è che il Partito democratico, appena riemerso da un trionfale bagno elettorale, si divida su quale atteggiamento tenere per quelli che una volta furono definiti “compagni che sbagliano”: severità, equilibrio, indulgenza? D’altra parte giusto ieri, in un blog sul fattoquotidiano.it, la stessa senatrice Laura Puppato sosteneva la necessità di un “mea maxima culpa”. Dopo l’uscita di Lotti, infatti, oggi a parlare è Chiara Geloni, giornalista che di mestiere faceva il direttore di Youdem e che al congresso si è schierata contro la corrente maggioritaria di Renzi. Nel suo blog sull’Huffington Post la Geloni entra dritto nella questione: “Caro Luca Lotti, scusami tanto. Ma come fai a dire che Giorgio Orsoni non è del Pd? Orsoni, il sindaco di Venezia. Quello che ha vinto le primarie, sostenuto dal Pd. E poi le elezioni, al primo turno, sostenuto e festeggiato da tutto il Pd. Uno dei mitici sindaci del Pd, hai presente? Quelli che volete fare senatori, per il cambiamento. Ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci”.

Il senso del ragionamento è una domanda, forse più di una: “Ecco, volevo chiederti: chi è del Pd allora scusa? – scriva la giornalista – Solo chi ha la tessera è del Pd adesso? E come mai allora anche chi non ce l’ha, la tessera, partecipa alle primarie per eleggere il segretario del Pd, dove uno vale uno, e il voto di Orsoni conta come il mio, e come il tuo? Orsoni, ricorderai, ha partecipato da sindaco di Venezia alle primarie per il segretario del Pd, schierandosi apertamente per Matteo Renzi, ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci. È che mi domando, e non capisco, se ora improvvisamente per essere del Pd si debba essere iscritti, e allora perché mai chi non è iscritto decide chi dev’essere il nostro segretario, se non è del Pd. Hai detto che non è del Pd perché “non è mai venuto alla direzione”, ma ti ricorderai che anche Matteo, quando era sindaco di Firenze, alla direzione non ci veniva, pur avendone diritto. Alla ‘seduta di autocoscienza‘ anzi. Non ci veniva. Eppure Matteo era un sindaco del Pd, no?”.

Ma quella della Geloni è una sfida, che raccoglie anche una sensazione diffusa in queste ore e cioè che Renzi non abbia detto “abbastanza”: “Vedi, lui (Renzi, ndr) ‘faremo pulizia’ in questi giorni non l’ha detto, anche se in tanti gli chiedono di dirlo. E io sospetto di sapere perché non l’ha detto: perché non può. Nessun segretario può ‘fare pulizia’ in questo Pd. Nemmeno lui. E vedi Luca, purtroppo (per me, eh) alla luce dei fatti i numeri per cambiare lo statuto non ce li hanno avuti né BersaniEpifani. Voi sì invece, ce li avete. Per cui la mia domanda è: che pensate di fare? Perché alla fine, o ‘le primarie sono aperte’, oppure ‘Orsoni non è del Pd’. Tutt’e due le cose no, è impossibile”.

Lo scontro anche in Veneto: “Marchese non è più iscritto”, “No, è stata la storia”
D’altra parte la posizione di Lotti non è apparsa casuale. E’ la stessa sostenuta da Roger De Menech, segretario regionale del Pd in Veneto, eletto grazie a un patto delle correnti locali che a livello nazionale facevano capo a Matteo Renzi e Enrico Letta. “Si precisa, per una corretta informazione a seguito dei recenti fatti accaduti, che Giampietro Marchese da due anni non è più iscritto al Pd e non riveste incarichi di partito e che Giorgio Orsoni non è mai stato iscritto al Pd e non ha mai rivestito incarichi interni al partito” ha scritto in una breve nota la segreteria regionale democratica dopo gli scandali veneziani. Marchese è ritenuto una specie di collettore del denaro, secondo le indagini ha incassato soldi perfino negli uffici della Regione. E per il Pd “non è più iscritto al Pd”. Senza però dire che Marchese è stato iscritto prima al Pci, poi ai Ds, al Pds e infine al Pd, in rappresentanza del quale è stato anche vicepresidente del consiglio regionale.

Ma, appunto, non tutti sono d’accordo con questa posizione a dir poco prudente. Nello stesso Veneto, a Venezia, il segretario provinciale Marco Stradiotto, spiega al Gazzettino che “Marchese fa parte della storia del partito comunista prima e del Pd adesso. Non voglio nascondermi dietro un dito. Voglio che ci si distingua per correttezza, sempre, anche quando è scomodo e può far male. Perché c’è poco da fare, ma l’arresto di un politico è la prova provata del fallimento della politica e semmai su questo deve interrogarsi il partito e non perdere tempo a fare distinguo che non hanno senso. Certo che Marchese tecnicamente si era autosospeso dal Partito, certo che con questa mossa voleva togliere il partito dall’imbarazzo, ma proprio per questo dobbiamo rispettare lui e i cittadini e dire le cose come stanno”. Ma per ora vige la regola del quasi-silenzio.

M5s: “Basiti davanti ai comportamenti Pd”. Crosetto: “Vergognoso tirarsi indietro”
Non può non accadere che alcuni partiti avversari del Pd “giochino” su queste contraddizioni. “Siamo basiti – dice il deputato dei Cinque Stelle Marco Da Villa – di fronte al gioco del tirarsi indietro da parte del Pd, che ha sottolineato come Orsoni non abbia la tessera del partito”. Guido Crosetto, coordinatore di Fratelli d’Italia, aggiunge: “L’atteggiamento del Pd lo trovo vergognoso e ridicolo: Orsoni era un’icona fino a 15 giorni fa, adesso è diventato un paria”. “Occorre una pulizia totale – prosegue l’ex sottosegretario – La vicenda del Mose evidenzia che c’è del marcio non solo nella politica, ma ovunque, e va ricostruita l’integrità del paese. Io penso che se una persona sbaglia vada condannata e se fosse della mia parte politica andrebbe condannata due volte”, commenta Crosetto per il quale “qualunque servitore dello Stato, burocrate o militare che sia, se sbaglia va condannato il doppio rispetto a un privato cittadino”.

Civati: “E’ come quando Ds e Margherita si rinfacciavano Penati e Lusi”
E infatti insiste sul punto anche Pippo Civati. “Leggere cose tristi tipo: ‘Orsoni non era del Pd’ oppure ‘La corruzione riguarda i vecchi, non i giovani’. Inizio a pensare che non ce la faremo mai. Come si fa a trasformare in una polemica interna al Pd, e nel solito derby vecchio e nuovo (intanto vecchi e nuovi continuano a governare con le larghe intese, per dirne una), una cosa del genere?”. Per il deputato democratico serve fare qualcosa, insomma. “Se vogliamo fare qualcosa, facciamolo – continua Civati – sugli appalti, sul maledettissimo massimo ribasso, sulle fondazioni oscure dei politici e della politica da smantellare, sulla selezione dei gruppi dirigenti da cui tenere fuori gli uomini di potere (al congresso, solo sei mesi fa, non è accaduto: Genovese ne è stato protagonista assoluto in una regione strategica), sulla scelta degli interlocutori e sulla dichiarazione di tutti i rapporti tra i politici e gli imprenditori e le lobby così sappiamo chi votiamo”. Nella parte finale del post si legge: “Tutto il resto è noia, come quando gli ex-esponenti della Margherita rinfacciavano agli ex-Ds il caso Penati, e quelli dei Ds rinfacciavano ai dirigenti della Margherita il caso Lusi. Uno spettacolo devastante. Ma tanto Orsoni non aveva la tessera di nessuno dei due partiti. E nemmeno del Pd. Che problema c’è?”.

Baretta: “Orsoni iscritto o no? Non lo so, ma era il nostro sindaco”
La sintesi forse è quella di Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, veneziano, nel Pd dal 2008 dopo una lunga militanza nella Cisl: “Non mi sono mai preoccupato di stabilire se Giorgio Orsoni era iscritto al Pd; ho sempre pensato che era il nostro sindaco, che abbiamo convintamente scelto – con le primarie – e sostenuto. Sono addolorato per l’imputazione che gli viene rivolta, dalla quale si sta difendendo, e amareggiato per l’accostamento che sta subendo a reati gravi che l’inchiesta, peraltro, non gli imputa. In questo momento, così difficile per la città, con senso di responsabilità e al di là di ogni speculazione politica, va dato tutto il sostegno al sindaco reggente, Sandro Simionato, e a tutta la giunta per il delicato e gravoso compito cui sono chiamati e che sono perfettamente in grado di assolvere, assicurando la continuità amministrativa”.