Sugli sperperi folli del Parlamento europeo si è già scritto qui. Ma il budget delle tre sedi dell’organo dell’Ue è di soli 1,7 miliardi di euro l’anno, rispetto ai 147 complessivi. Si tratta quindi di una piccola goccia in un oceano di sprechi.

Con la premessa sempre d’obbligo che l’Ue costa all’Italia 5,5 miliardi di euro all’anno – cioè 15 milioni al giorno, 627.000 euro l’ora, 10.464 euro al minuto, o 174 euro al secondo – alcune spese sono davvero fantasiose e non si può non iniziare con la “casa della Storia Europea” che sarà inaugurata nel 2015 che costerà 31 milioni per la ristrutturazione dell’edificio, 15,4 per l’allestimento scenico, oltre ai 6 per le esigenze del multilinguismo. A regime costerà ai contribuenti europei 11,5 milioni di euro l’anno e, come se questo non bastasse, scrive lExpress, si è deciso di aggiungere anche uno scaffale di quattro piani per l’irrisoria cifra di due milioni di euro. Sempre a spese di quei contribuenti europei ridotti alla fame dall’austerità imposta da Bruxelles, Berlino e Francoforte. Ma l’austerity si sa è un concetto unidirezionale per la tecnocrazia…

Alcune spese sono talmente grandi che si rischierebbe di perdere il senso della realtà, ma questo se solo i giornali ne parlassero con serietà e quindi potete restare tranquilli. Difficilmente saprete, ad esempio, che a Francoforte è in costruzione il nuovo quartier generale della Bce. Nel blog del Wall Street Journal Euro Crisis si sottolinea come la stima complessiva dei lavori per la nuova sede dell’istituto guidato da Mario Draghi sia già arrivata ad 1.15 miliardi di euro, rispetto agli 850 milioni previsti inizialmente. Ma adesso, a lavori in corso, ci si è accorti che l’edificio non sarà comunque in grado di contenere i 1000 impiegati addizionali che la Bce intende assumere per la sua nuova mansione da supervisore bancario unico dell’euro-zona. Attendiamo idee geniali su come spendere ulteriori fondi per ovviare al problema…

Ma dove gli sceneggiatori europei sembrano dare il meglio di sé è nella gestione dei cosiddetti Fondi strutturali europei – i vari progetti di “sviluppo” nell’Unione Europea – a cui vengono destinati il 37,5% dei fondi complessivi dell’organizzazione (circa 55 miliardi l’anno). Vi riportiamo solo alcuni esempi dalla stampa internazionale, ma l’elenco potrebbe essere infinito: un crematorio per animali, “un complesso  di marketing “per migliorare la posizione di macallai e una spesa di 9,4 milioni di euro per la bancarotta di un’azienda di olio vegetale in Germania secondo quanto riporta Wirtschaftswoche in un reportage in cui si chiede formalmente che Berlino interrompa il finanziamento di questi scempi; un centro heritage nel Nord del Galles costato oltre 3,4 milioni di sterline oggi totalmente abbandonato a sei anni dalla sua apertura (Sunday Telegraph); in Bulgaria la lista è lunga: una “strada che non conduce letteralmente da nessuna parte”  al costo di 500 mila euro; due milioni di euro per un parco rimasto inutilizzato e 3 milioni per uno stadio mai aperto e che è già stato demolito (Reportage del programma televisivo olandese Brandpunt). Europe Aid – l’organizzazione dell’Ue che gestisce i programmi di aiuto e di sviluppo verso gli altri paesi – ha speso 32 milioni di sterline in Bielorussia lo scorso anno. Di questi, 423,000 sterline per una esibizione fotografica ed oltre 500 mila sterline per la promozione di “favole etniche” (Sunday Telegraph).

E poi c’è la questione della Politica agricola comune (Pac), a cui nel 2013 sono stati destinati 58 miliardi di euro. Come ha rilevato in un rapporto molto interessante il Transnational Institute, la Pac facilita attraverso le sue sovvenzioni la concentrazione della produzione nelle grandi aziende del settore a discapito dei piccoli contadini. Non è un caso che in Europa, non in Africa, il 3% circa dei grandi proprietari agricoli controllano il 50% delle terre coltivabili di tutti e 28 i paesi membri. E questo perché dal 1992, i sostegni apportati ai prezzi dei prodotti agricoli sono stati rimpiazzati dalle sovvenzioni alla produzione. In altre parole, maggiore è la concentrazione agricola, maggiori sono gli aiuti che si ricevono e il risultato è che nel 2011, l’1,5% dei maggiori conglomerati agricoli hanno percepito un terzo delle sovvenzioni complessive della Pac.

Chi sono i principali beneficiari di questi aiuti? Le multinazionali del settore agro-alimentare. Dal 1997, ad esempio, Friesland Campina, una cooperativa olandese di latticini, ha percepito 1,6 miliardi di euro di sovvenzioni. Le imprese francesi Saint Louis Sucre (filiale della tedesca Südzucker) hanno beneficiato di quasi duecento milioni di sovvenzioni dal 2004. E la multinazionale Nestlé ha percepito 197 milioni di euro. Noi contribuenti europei ci permettiamo il lusso di sovvenzionare la maggiore multinazionale del settore agro-alimentare. 

E la lista degli sprechi e delle sovvenzioni potrebbe continuare ancora…. ma vorremmo concludere con un ultimo caso, ancora più inquietante perché rappresenta la testimonianza più eclatante di come ormai non vi sia più controllo democratico alla deriva in atto all’interno dell’Unione Europea. Statewatch, un’organizzazione che si prefigge come obiettivo quello di controllare il rispetto delle libertà civili all’interno dell’Europa, ha rilasciato un rapporto ripreso dal Telegraph in cui denuncia come l’Ue ha già speso oltre 350 milioni di euro per lo sviluppo di una flotta di droni di sorveglianza – EU unmanned aerial vehicles (UAVs) – che saranno, entro il 2020, a disposizione delle forze di polizia europea, guardie frontiere e servizi di sicurezza. Più precisamente, sette paesi europei – Germania, Francia, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Spagna – hanno firmato un accordo per la ricerca e lo sviluppo di vari componenti dei droni, inclusa la tecnologia per evitare la collisione e l’atterraggio automatico. Un altro gruppo – Austria, Belgio, Regno Unito e Repubblica ceca – hanno dichiarato di esser pronti ad investire senza l’impegno di un programma di produzione congiunta.

Il tutto senza nessun tipo di via libera e controllo democratico da parte di Parlamento nazionali o Parlamento europeo, che non sono a conoscenza di quanti miliardi di euro costerà l’intero progetto e per quali fini verrà utilizzato. Ed il tutto senza che l’iniziativa rientri nei limiti delle competenze previste per l’Unione Europea. Coinvolti nel progetto sono e saranno Dassault Aviation, il gigante dell’aero-spazio europeo EADS e l’italiana Finmeccanica. Non solo sugli F-35, quindi, il nostro paese impegnerà ingenti risorse, che sarebbero potute essere utilizzate per tutti quei programmi sociali per cui invece chi governa dichiara che non ci sono le risorse.

Come ha sostenuto Ambrose Evans Pritchard, nell’intervista raccolta nel nostro Apocalypse Euro, “il problema fondamentale è la mancanza del controllo delle imposte e della spesa da parte di un Parlamento eletto democraticamente. Non è un caso che la guerra civile inglese sia iniziata nel 1640 quando il re ha cercato di togliere questi poteri al Parlamento o che la rivoluzione americana sia scoppiata quando questo potere è stato tolto da Londra a stati come Virginia o il Massachusetts, che lo esercitavano da tempo. Sono esempi anglosassoni, ma ce ne sono tanti altri di come le fondamenta della democrazia risiedono nel controllo del budget e delle imposte da parte di organi eletti dal popolo. Quello che sta accadendo all’Ue è, al contrario, il tentativo di darne la gestione a strumenti e strutture sovranazionali, che non hanno alcun fondamento con nessun Parlamento. E’ estremamente pericoloso e chiaramente anti-democratico”.

Paolo Becchi e Alessandro Bianchi