Il primo mito da sfatare è quello della cosiddetta sbobba. Qui i piatti arrivano direttamente da una delle migliori e più antiche cucine del centro storico di San Marino. Quella del Ritrovo dei lavoratori 28 luglio, ristorante pluridecorato, che ha attovagliato campioni, poeti e presidenti (Tonino Guerra, per esempio, ma anche Alberto Tomba e Francesco Cossiga) e che ogni giorno prepara anche i pasti per dei clienti altrettanto particolari: i detenuti del carcere. Le celle si trovano proprio a due passi dal famoso locale, dove ogni giorno i cuochi cucinano per decine di turisti e insieme, grazie a una convenzione del 1980, confezionano pranzi e cene destinati ai reclusi del penitenziario. “Mangiano quello che mangiamo noi: un giorno tortellini, un altro porcini, un altro ancora tagliata”, racconta il proprietario del ristorante, Massimo Agostini. Ben diverso dalla pasta scotta a cui sono abituati coloro che sono costretti a vivere reclusi negli istituti di pena italiani. Del resto una mensa sarebbe uno spreco inconcepibile per una struttura come quella della piccola Repubblica incastrata tra l’Emilia Romagna e le Marche.

L’istituto penitenziario del Titano infatti è uno dei più piccoli al mondo: tra le due celle della sezione femminile e le sei di quella maschile, si raggiunge una capienza totale di 8 posti, distribuiti su due piani. Basta considerare che, per gran parte del tempo, i letti rimangono vuoti: dal 2004 a oggi la media è stata di due detenuti per anno. Nel mese di febbraio, per esempio, l’istituto ha ospitato tre persone, e già tra le vie della Repubblica si parlava di situazione eccezionale. A marzo la concessione dei domiciliari a Pietro Berti, medico ed ex-politico, rinchiuso a gennaio con l’accusa di aver molestato alcune sue pazienti, si è ristabilita la normalità e la cifra è scesa di nuovo. Oggi uno dei detenuti è un 54enne originario di Sant’Arcangelo, in provincia di Rimini. Deve scontare un anno per truffa e attualmente si trova in regime di semi-libertà. Questo significa che ogni mattina esce per andare a lavorare, per rientrare in carcere in serata, prima della cena. Il giudice ha deciso che parte di ciò che guadagnerà durante la detenzione servirà per risarcire un parroco che l’uomo aveva raggirato tempo fa, riuscendo a scucirgli 1500 euro.

In carcere, a fargli compagnia, c’è un notaio sammarinese, condannato nel 2013 a tre anni per falsità in scrittura privata e falsità ideologica in atto pubblico. E se è vero che il confine italiano si trova a meno di 10 chilometri, la loro realtà quotidiana è lontana anni luce da quella di chi vive in un istituto di pena nostrano. Oltre alla mensa, nel carcere di San Marino non esistono agenti di polizia penitenziaria. Non servono. Al loro posto, incaricati di vigilare, ci sono solo alcuni uomini della gendarmerie. Ed è inutile dire che qui di sovraffollamento nessuno ha mai sentito parlare. Non si conoscono code per la doccia, letti a castello e persone ammassate in celle. Non c’è ombra di tutto ciò che in Italia rende la vita in carcere simile a un inferno. È un altro pianeta. Nell’istituto sammarinese le giornate scorrono lente e silenziose, e più che una prigione richiamano alla mente la vita di un convento (preghiera esclusa, ovviamente). Sveglia alle 7, colazione e riordino della cella alle 7.30, regime aperto e due ore d’aria dalle 9 alle 12.30 e dalle ore 14.30 alle ore 18.30. Al limite, si può soffrire di solitudine e di noia. Anche per questo chi si trova dietro le sbarre ha a disposizione una sala polifunzionale, con libri, palestra privata e televisione.

Mentre nei cortili ci sono spazi verdi per coloro che hanno voglia di curare un piccolo orto. Sono previsti poi colloqui con l’avvocato o con la famiglia, lavoro conto terzi, attività fisica sia all’interno, sia all’esterno della struttura due volte alla settimana, per almeno un’ora. Va detto che la popolazione di San Marino è pari a quella di un piccolo comune italiano, e conta circa 32mila e 500 abitanti. Secondo il Segretario di stato per gli Affari interni e la giustizia, Giancarlo Venturini, però, il basso numero di detenuti non è da ricondurre esclusivamente a una questione demografica. Ma è frutto di uno stile di vita elevato, capace di far crollare il livello della piccola criminalità. “Qui il numero di reati è senz’altro basso se confrontato con altri stati. Questo perché è ancora un territorio dove la qualità della vita può definirsi molto buona: la maggioranza della sua popolazione può fruire di una serie di vantaggi politici, economici e sociali che le permettono di sviluppare le proprie potenzialità e condurre una vita relativamente serena e soddisfatta. E una buona qualità della vita costituisce l’elemento principale per la prevenzione criminale”.

Si deve poi aggiungere l’abitudine del giudice a ricorrere alle misure alternative, per via “del basso tasso di recidiva”. Insomma, complici le piccole dimensioni, il sistema giustizia qui funziona. Anche la struttura del carcere non ha niente a che vedere con gli edifici vecchi e fatiscenti del nostro Paese. Dal 1970 le celle si trovano in via Paolo III, nella zona più apprezzata dai turisti. Il carcere occupa un’ala di un antico convento dei cappuccini, risalente al 1500, per la quale il governo paga una quota d’affitto alla diocesi del Montefeltro. Anche se presto la cornice potrebbe cambiare e il carcere finire a Gaviano, nella periferia nord, non lontana dal confine italiano. Ufficialmente, fanno sapere dall’amministrazione penitenziaria, si tratta della necessità di “dotarsi di una struttura carceraria più idonea rispetto all’attuale”. E il trasferimento, precisa ancora Venturini, finora è stato rallentato “da ragioni legate al contenimento della spesa”. Ma sul Monte Titano si parla anche di pressioni arrivate direttamente dall’Unesco, che dopo aver inserito SanMarino tra i patrimoni dell’umanità nel 2008, poco gradiva la presenza di un carcere in un edificio religioso tra i più antichi della Repubblica.

da il Fatto Quotidiano del 5 maggio 2014