Big Pharma sta uscendo allo scoperto per quello che è: una lobby planetaria, una casta di intoccabili che fa i miliardi sulla pelle dei cittadini, accumula scandali uno dietro l’altro, inventa le malattie prima di sfornare la pillolina miracolosa e ovviamente è impermeabile alla crisi. Glaxo Smith Kline, gigante britannico dei farmaci, si è comprata i medici di mezzo mondo. Solo ad aprile è stata accusata di corruzione in Libano, Giordania, Iraq e Polonia, dove il manager regionale dell’azienda e 11 dottori sono sotto indagine per un presunto giro di mazzette in cambio della prescrizione del farmaco anti-asmatico Seretide. Nel luglio 2013 è stata incastrata in Cina, dove ha sganciato 320 milioni di sterline per ingraziarsi la classe medica con regali di lusso e prostitute.

Il botto negli Stati Uniti, anno 2012: 3 miliardi di dollari di multe per aver pompato le vendite di antidepressivi per indicazioni non autorizzate. La Roche spaccia il Tamiflu come il farmaco del secolo contro l’aviaria nel 2006 e tre anni dopo l’influenza suina (il virus A/H1N1) ma i ricercatori della Cochraine Collaboration, entrano in possesso dei risultati delle ricerche chiusi negli archivi, dimostrano che è un finto antidoto per una finta pandemia. Poi il cartello con l’altro colosso svizzero, Novartis, per favorire la diffusione del Lucentis, cioè il farmaco più costoso per la cura della maculopatia (1400 euro) contro l’analogo low cost Avastin (15 euro), con maxi-multa dell’Antitrust italiana da 180 milioni di euro. Solo per citare i casi più freschi. La magistratura ha messo la marcia. I media hanno rotto il tabù. Il tema è così scottante che anche il cinema pensa che valga la pena parlarne.

Così ha fatto per la prima volta Il venditore di medicine, il film di Antonio Morabito al cinema da stasera, che denuncia la pratica del comparaggio, cioè quando gli informatori scientifici sono disposti a tutto pur di convincere i medici a far prescrivere le loro molecole. Il Fatto Quotidiano ha intervistato in anonimato tre informatori scientifici che raccontano cosa significa giocare sporco quando c’è in ballo la nostra salute. Il presidente dell’Associazione nazionale di categoria, Carmelo Carnovale, ha invitato più volte il Parlamento ad affrontare quello che le aziende non dicono mai, ma fanno da sempre: “Negli ultimi tre anni – spiega – ci sono state circa 50 interrogazioni parlamentari”, risolte sempre con un nulla di fatto. Dentro alle ditte del farmaco le regole da rispettare sono misere eccezioni, al contrario le anomalie sono all’ordine del giorno. Carnovale fa qualche esempio: “Ci sarebbe il divieto di consentire al medico la vendita diretta del farmaco e l’obbligo di quattro o cinque visite ma ogni informatore in realtà incontra il dottore dalle 12 alle 20 volte”. All’estero chi fa questo mestiere è detto ‘rappresentante di farmaci’, solamente in Italia ‘informatore scientifico’. Il nostro compito è spiegare ai medici come funziona un farmaco, i suoi benefici, gli effetti collaterali e il costo” continua il presidente. Dal 2005 le aziende ne hanno mandati a casa 15 mila su 30 mila attivi. “Il business comincia dalla determinazione del prezzo: perché gli antitumorali costano così tanto? Non sono dei salvavita solo dei compassionevoli – conclude Carnovale –. Comunque ogni volta che la magistratura ci mette il naso il colpo va sempre a fondo, ma poi i casi finiscono in prescrizione o patteggiamento”.

Da Il Fatto Quotidiano di martedì 29 aprile 2014