Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno annunciato nuove sanzioni contro cittadini e aziende russe come reazione alle mosse di Mosca in Ucraina. E tra le sette personalità colpite dalle misure di Washington – a cui verranno congelati i beni e verrà negata la possibilità di avere un visto per gli Stati Uniti – c’è anche Igor Sechin, soprannominato “zar del petrolio” perché presiede la compagnia petrolifera di Stato Rosneft ed è vicinissimo al presidente Vladimir Putin, di cui è stato vice quando ricopriva la carica di primo ministro.

Sechin, come Putin ex spia del Kgb, è l’uomo che tira le fila dell’imponente e redditizio settore energetico russo. Ma ha anche relazioni strettissime con l’Italia. I nomi dei suoi soci nel nostro Paese vanno dai Moratti a Marco Tronchetti ProveraDallo scorso anno, innanzitutto, Rosneft ha più del 20% della Saras, la società della famiglia Moratti che si occupa di raffinazione e generazione di energia da fonti rinnovabili. Sechin siede già nel suo consiglio di amministrazione.  Il tema è stato trattato nel corso dell’assemblea di Saras di lunedì 28: il direttore generale e vicepresidente esecutivo della società, Dario Scaffardi, non ha detto di non vederlo come “un grande problema” e di non credere che le sanzioni a Sechin “avranno influenza diretta con i nostri partner di Rosneft”. Tuttavia secondo il manager “l’Europa si sta sparando in un piede proprio mentre le società russe si stavano affacciando all’Europa. Per cui queste sanzioni non sono d’aiuto”. Scaffardi ha evidenziato quindi che come “cittadino sono preoccupato” per le tensioni tra Ucraina e Russia ma come Saras “non sono particolarmente preoccupato” anche perché “la Russia, per quanto ci riguarda, è un piccolo fornitore” che nel 2013 ha inciso per l’8-9 per cento.

In ogni caso la definizione della joint venture commerciale tra Saras e i russi di Rosneft “sta andando avanti ma la scadenza” indicata per l’estate per avere maggiore chiarezza sul progetto “slitterà e andremo verso l’inverno – ha aggiunto Scaffardi – Nel momento in cui si definirà la strategia internazionale di Rosneft” che peraltro sta definendo l’acquisizione del business di Morgan Stanley dedicato all’attività di trading in ambito petrolifero, “noi ci integriamo come specialisti di settore”. Il colosso energetico di Mosca collabora poi con Eni alla realizzazione del gasdotto South Stream e con il Cane a sei zampe ha diverse joint venture per lo sviluppo congiunto di giacimenti nel mar Nero e nel mare di Barents.

Ma l‘ultima, importante mossa risale a poco più di un mese fa: a metà marzo Rosneft ha stretto la presa sul nostro Paese diventando, grazie a un accordo con Tronchetti Provera e soci, il primo azionista di Pirelli. Con una quota del 13 per cento. Già a fine 2012 le due aziende avevano stretto una partnership per la vendita di gomme “premium” a marchio Pirelli nelle stazioni di servizio russe. Poi, lo scorso dicembre, Sechin e il responsabile di Pirelli Russia, Aimone di Savoia (uno dei figli del duca Amedeo d’Aosta), hanno rafforzato il legame firmando un memorandum d’intesa per la ricerca e sviluppo di nuovi materiali. L’accordo di marzo, che ha durata quinquennale ed è rinnovabile a scadenza, ha sancito un’alleanza di ferro che tra l’altro ha l’effetto collaterale di garantire a Tronchetti la poltrona di presidente e amministratore delegato fino al 2019. 

Insomma: non stupisce che finora il governo Renzi si sia mostrato tiepido di fronte all’idea di misure ritorsive ai danni di esponenti dell’establishment economico russo, tra cui non poteva non essere compreso Sechin. Lunedì, però, gli Usa hanno rotto gli indugi, mettendo nella lista nera anche lo “zar”. In compagnia di Sergei Chemezov, ceo di Rostec (gruppo pubblico che si occupa di tecnologie per usi civili e militari), Dmitry Kozak, vice premier e inviato del governo russo per la Crimea (già responsabile dell’organizzazione dei giochi di Sochi), Alexei Pushkov, presidente della commissione esteri della Duma, Vyacheslav Volodin, vice capo dello staff del Cremlino considerato lo stratega di Putin dalla sua campagna elettorale per le presidenziali del 2012, l’esponente del Consiglio di sicurezza nazionale Oleg Belavencev e il generale Evgheny Murov, direttore del servizio federale per la protezione del presidente (l’equivalente del “secret service” americano).

La misura riguarda anche 17 aziende collegate alla cerchia ristretta del presidente Vladimir Putin. Undici farebbero capo a Gennadi Timchenko, un paio ai fratelli Boris e Arkadi Rotenberg e tre a Yuri Kovalchuk, considerato il banchiere del Cremlino: tutti e tre già colpiti dalle precedenti misure decise il 17 marzo. Il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del commercio hanno inoltre preso misure per “rifiutare ogni richiesta di esportazione di prodotti high tech che potrebbero contribuire alle capacità militari della Russia” e “revocheranno ogni licenza già esistente in questo senso”. “Le azioni mirate di oggi, prese in stretto coordinamento con la Ue, faranno aumentare l’impatto che noi già cominciamo a vedere sull’economia della Russia come risultato delle sue azioni in Ucraina e delle sanzioni degli Stati Uniti ed internazionali”, ha dichiarato il ministro del Tesoro americano, Jack Lew. In una nota Lew sottolinea come “le previsioni di crescita economica della Russia siano scese in modo netto, la fuga dei capitali abbia avuto un’accelerazione” e “un più alto costo del denaro rifletta un calo della fiducia nelle previsioni del mercato”. “Il nostro obiettivo rimane quello che la Russia accetti di invertire l’escalation così che non siano necessarie altre sanzioni – conclude Lew – comunque noi siamo determinati a continuare a lavorare con i nostri partner internazionali ad adottare misure richiese, comprese azioni contro individui ed entità in settori specifici”.

Anche la Ue ha deciso di ampliare le sanzioni contro la Russia, ma i 15 nomi delle persone colpite non sono ancora stati resi noti. Dovrebbero essere comunicati martedì, dopo l’assenso formale da parte dei 28 Paesi dell’Unione. Andranno ad aggiungersi ai 33 funzionari russi ed ucraini ai quali è stato già applicato il bando del visto e il congelamento dei beni.