“Putin ha creato le condizioni per la rinascita economica assicurando la cosa più importante, ossia mettendo a servizio del popolo le ricchezze e i vantaggi della Russia”. E’ una citazione da un articolo comparso sulla Novaja Gazeta nel marzo del 2012, dopo la rielezione di Vladimir Putin per il terzo mandato presidenziale. Il manifesto del regime putiniano che glorificava il titolare del Cremlino come un salvatore che ha sottratto la sua Patria all’abbraccio mortale degli oligarchi e alla privatizzazione selvaggia degli assets strategici russi, era firmato da un nome d’arte oscuro. I giornalisti della Novaja hanno ospitato l’intervento, che nella sua schizofrenia lucida ha condensato tutta l’ideologia dell’impero putiniano fondato su una visone molto particolare del “capitalismo di Stato”, proprio perché erano certi che l’autore era Igor Sechin, all’epoca il potente vice del Putin primo ministro, l’uomo che teneva in mano tutto il settore energetico russo. E continua a farlo ancora oggi stringendo, tra l’altro, legami sempre più forti in Italia tra la Saras dei Moratti, l’Eni di Paolo Scaroni e la Pirelli di Tronchetti Provera.

Lo zar dell’energia russa – “Who is Mr. Sechin?”, si sono domandati gli occidentali quando questo nome è uscito fuori per la prima volta sui giornali grazie ai messaggi diplomatici riservati pubblicati nel dicembre del 2010 da Wikileaks. Nei file dell’ambasciata americana a Roma è citato come lo “zar dell’energia russa”, con cui fanno affari i manager e i magnati italiani. Il rapporto “speciale” di Sechin con l’Italia si è consolidato specialmente negli ultimi tempi, da quando è passato dal ruolo di vicepremier di Putin a quello di presidente di Rosneft alla fine di maggio del 2012, subito dopo “l’intronizzazione” di Putin. E Rosneft è diventata la più grande public company petrolifera, che concentra il 40% dell’estrazione annuale di grezzo in Russia e il 5% di quella mondiale, dopo aver ultimato l’affare del secolo, l’acquisizione per 55 miliardi di dollari del 100% della joint venture anglo-russa Tnk-Bp. Merito soprattutto di Sechin, che il 21 marzo a Londra ha annunciato la conclusione dell’intesa.

L’alleanza con i Moratti – In un’intervista al Wsj del febbraio 2011, una delle pochissime rilasciate da Sechin, parlando dell’accordo con Bp, sul quale all’epoca stava ancora lavorano, l’allora vicepremier russo aveva sottolineato che bisogna colmare la disparità nelle relazioni tra le compagnie petrolifere estere e quelle russe, che devono entrare con partecipazioni maggiori nelle aziende straniere. “Lo scambio di asset permette di rafforzare il grado di fiducia, il che crea meccanismi aggiuntivi di controllo”, aveva spiegato Sechin al giornale americano. Proprio questo è stato l’approccio nel rapporto con la Saras dei Moratti. Dopo averne rilevato  il 13,7% direttamente dalla famiglia milanese nell’aprile 2013 per 178,5 milioni di euro e il 7,3 per cento tramite l’Opa conclusasi a giugno, Rosneft detiene il 20,99% della raffineria italiana. Con Sechin che si prepara a entrare nel cda di Saras come amministratore. Il 21 giugno scorso, poi, l’azienda del patron dell’Inter e il colosso russo hanno potenziato ancora di più la collaborazione, firmando un accordo per una joint venture paritetica, per il commercio di greggio e prodotti petroliferi. Progetto, questo, che partirà nel 2014.

Le esplorazioni con Scaroni – Tra Mosca e Roma Sechin si incontra spesso anche con l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, visto che con Rosneft il Cane a sei zampe sta lavorando su un progetto strettamente seguito dai governi di entrambi i Paesi. Si tratta di una serie di joint venture partecipate da Eni con una quota del 33,3% previste da un accordo di cooperazione strategica del 25 aprile 2012, benedetto da Putin in persona che ha presenziato alla firma. L’azienda italiana e il gigante russo stanno sviluppando insieme licenze esplorative nell’offshore del Mar Nero e del Mar di Barents. Il finanziamento dell’esplorazione è a carico dell’Eni, che però spera di recuperare l’investimento, visto che le licenze potrebbero fruttare, secondo le stime, 2 miliardi di tonnellate di greggio e 1.900 miliardi di metri cubi del gas nel Mar di Barents, mentre dal Mar Nero sono attese 1,4 miliardi di tonnellate di petrolio.

E gli accordi con Tronchetti Provera – Ma non finisce qui il legame tra Sechin e le aziende italiane. Rosneft sta lavorando anche un progetto speciale targato Olimpiadi di Sochi 2014 con Marco Tronchetti Provera, presidente e ad di Pirelli. Il colosso petrolifero russo, tra i principali sponsor delle Olimpiadi invernali segnate da mille controversie prima ancora del loro inizio, ospiterà nella sua stazione di servizio, proprio a Sochi, il primo flagship store di Pirelli in Russia. Lo prevede il protocollo d’intesa firmato da Sechin e Tronchetti Provera nell’aprile del 2013, che dopo Sochi si allargherà anche sulle altre città russe, Mosca compresa.

Le strade in comune con Putin – Ma se i manager italiani ambiscono all’amicizia con Sechin, quelli russi non nutrono grande simpatia nei suoi confronti, e per questo ci sono tutte le ragioni del mondo. Sechin è conosciuto soprattutto come uomo fedelissimo di Putin, una vera e propria eminenza grigia, che lo segue come un’ombra da più di vent’anni. “Igor Ivanovich è un collaboratore molto efficiente”, ha detto di lui Putin alla stampa. Comunque sia molte cose li accomunano e Sechin ha tutte le caratteristiche per trovarsi in cima all’establishment putiniano: ossia essere un’ex spia originaria di San Pietroburgo, culla del clan che governa la Russia e ne spartisce le ricchezze. La collaborazione del presidente di Rosneft con il Kgb non è mai stata confermata, ma all’inizio degli anni ’80, come studente e poi laureato in lingue romanze, ha svolto servizio per quasi quattro anni nelle ex colonie portoghesi in Africa, Mozambico e Angola. “Ha sempre sognato di essere una spia, spero ce l’abbia fatta”, ha detto un suo compagno di corso al giornale Vedomosti. Dal 1991, poi, Sechin ha iniziato a lavorare con Putin, seguendolo nella sua vertiginosa ascesa da ex agente dei servizi segreti al comando della Russia.

Il presidente di Rossneft è stato al fianco di Putin come capo del suo staff, fin da quando quest’ultimo faceva il vicesindaco di San Pietroburgo. Nel 1996 però Sechin ha seguito Vladirmir Vladimirovich a Mosca, nello staff dell’allora presidente Boris Eltsin. Quando il potere del primo presidente russo ha iniziato a traballare, l’ex colonnello del Kgb è stato proiettato al Cremlino al posto di Boris Nikolaevich dopo le sue clamorose dimissioni nel 1999. Intanto Sechin è rimasto sempre nel suo entourage. Fino al 2008, durante i primi due mandati presidenziali di Putin, occuperà lo stesso incarico di vice capo dello staff del Cremlino. “Lavorava come un matto, spesso rimaneva a dormire al Cremlino. Quando Putin arrivava, lo incontrava all’ascensore per riferirgli le novità”, raccontano i suoi ex colleghi al quotidiano Vedomosti.

Lo scontro con Medvedev – E’ lì che si consumerà il suo primo scontro con l’attuale premier, Dmitri Medvedev, che all’epoca lavorava anche lui nello staff di Putin. L’avversione tra i due è talmente forte che Sechin una volta incontrando Medvedev al ristorante, ha chiesto ai suoi commensali di cambiare posto. Una guerra per il potere, questa, anzi per la vicinanza a Putin, da cui Sechin è uscito vincitore. Quando a marzo del 2012 Putin è stato rieletto presidente e Medvedev ha preso il suo posto di premier, Sechin non è rimasto nel suo precedente incarico di vicepremier responsabile per l’energia. Ma la rivincita non si è fatta aspettare. Subito dopo aver nominato Sechin presidente di Rosneft, Putin ha istituito una commissione presidenziale per l’Energia, presieduta da lui stesso, con Sechin segretario responsabile. Commissione, questa, che de facto ha relegato in un ruolo di secondo piano l’esecutivo Medvedev nel settore energetico.

Il nemico caduto Khodorkovski – Un altro nemico di Sechin, che però a differenza di Medvedev, nello scontro con il presidente di Rosneft ha perso non il peso politico, ma tutto quello che aveva e ormai da dieci anni si trova dietro le sbarre, è Mikhail Khodorkovski. Alla sua compagnia Yukos, una volta una delle dieci aziende petrolifere russe più grandi, è stata contestata una colossale evasione fiscale. Dopodiché Khodorkovski è stato arrestato, mentre la compagnia ha dovuto portare i libri in tribunale per poi essere venduta all’asta. Nel 2004 l’asset più grande di Yukos, Yuganskneftegaz, è stato comprato da un’oscura società che tre giorni dopo l’ha rivenduto a Rosneft, di cui all’epoca Sechin era l’amministratore delegato. In seguito, lo stesso Khodorkovski ha sostenuto più volte che dietro i processi intentati a suo carico ci sia proprio Sechin.