Conflitti di interesse, opacità del processo legislativo, lobbisti fuori controllo. Secondo Transparency International anche le istituzioni europee sono esposte al rischio corruzione e a dimostrarlo arrivano i risultati del suo ultimo rapporto, “The Eu integrity System report”, il primo mai realizzato su questo tema. “I cittadini non sono informati su come gli interessi in gioco influenzano la legislazione dell’Ue e chi è al potere” denuncia l’ong, capofila contro la corruzione nel mondo. Una carenza grave, perché l’Unione europea gestisce ogni anno circa 140 miliardi di euro di bilancio e ha competenza su delicate materie come le riforme dei sistemi bancari. Un’opacità che accresce il consenso per i partiti euroscettici. “Le elezioni europee di maggio sono l’occasione per riflettere su come le istituzioni dell’Ue possano servire meglio i cittadini. Se la nuova leadership vuole seriamente fermare il declino della fiducia, i rischi di corruzione devono essere affrontati prima che diventino scandali”, ha detto Carl Dolan, direttore dell’ufficio di Bruxelles di Transparency International. 

Secondo il rapporto il problema dell’Unione Europea non sono le norme, che risultano nel complesso buone e articolate, ma un sistema compromesso da “cattive pratiche, dalla mancanza di volontà politica o dalla scarsità di risorse e personale”. La scarsa applicazione delle norme è evidente, ad esempio, nella reticenza della Commissione europea a ricorrere ai suoi poteri per impedire alle imprese corrotte di partecipare agli appalti pubblici nell’Ue: “a fine 2013, solo una società è stata esclusa dal presentare offerte per i contratti Ue sulla base dei poteri della Commissione” denuncia il rapporto.

Troppi i passaggi decisionali nascosti al pubblico, come succede con i cosiddetti “triloghi”, ossia le riunioni durante le quali le leggi dell’Ue vengono discusse e negoziate a porte chiuse tra il Consiglio, Parlamento e Commissione. “Una pratica divenuta più frequente nell’ultima legislatura che però viola qualunque trasparenza e rende i negoziati sempre più segreti”, spiega Carl Dolan. Altrettanto grave, secondo l’organizzazione, è l’assenza di regole e vincoli per i lobbisti, che cercano di influenzare le decisioni europee a favore delle aziende o organizzazioni da cui sono stipendiati. Nonostante la presenza di circa 15.000 lobbisti a Bruxelles, infatti, non esiste alcuna regola che obbliga i legislatori europei a registrare e/o divulgare gli incontri con loro durante l’elaborazione delle leggi, né le eventuali indicazioni che vengono loro suggerite su leggi ed emendamenti in corso di approvazione (la cosiddetta ‘legislative footprint”). “La mancanza di un registro obbligatorio dei lobbisti attivi a livello dell’Unione mina ulteriormente la garanzia che il processo decisionale dell’Ue sia adeguatamente protetto dall’influenza di interessi o da abusi”, è scritto nel rapporto. L’attuale registro si applica solo alla Commissione e non al Consiglio o alle rappresentanze permanenti degli Stati membri, “nonostante il loro ruolo centrale nel processo legislativo comunitario e il fatto che sono un bersaglio per lobbisti”.  

In Europa si predica bene, ma si razzola male, denuncia Transparency. Nonostante i richiami della Commissione europea sono infatti i membri del Parlamento europei, per primi, a non essere sottoposti a verifiche complete e sistematiche sulle dichiarazioni patrimoniali né sulla presenza di eventuali conflitti di interesse. Anche se nella relazione sulla corruzione del 2014, proprio la Commissione ha segnalato i rischi che derivano dalla mancata gestione di questi dati.

Mancano poi le regole per evitare conflitti d’interesse ai vertici delle istituzioni: nessuno controlla i periodi di ‘cooling off’, cioè quel tempo che sarebbe opportuno aspettare tra un incarico pubblico e uno privato. Ci sono evidenti incongruenze, per esempio, per quanto riguarda la durata e la portata degli obblighi per gli ex membri e funzionari delle istituzioni che hanno lasciato l’ufficio, “i periodi di raffreddamento vanno da 18 mesi per gli ex commissari, a 3 anni per gli ex membri della Corte dei conti europea, mentre i deputati sono privi di significativi obblighi post- termine” si legge.  

A dimostrazione di una situazione tutt’altro che rosea sono riportati nel rapporto anche alcuni clamorosi scandali, come quello noto con il nome “cash for amendments”, che nel 2011 ha coinvolto alcuni parlamentari europei fotografati mentre si mostravano pronti ad accettare tangenti in cambio di emendamenti ad hoc. O il “Dalligate”, lo scandalo che nel 2012 ha coinvolto il commissario europeo, di origine maltese, John Dalli, coinvolto in maneggi con le industrie del tabacco.

Entrambi i casi, già gravi di loro, sono anche lo specchio dei cattivi rapporti che intercorrono tra il Parlamento europeo e l’OLAF, l’ufficio antifrode preposto ai controlli sulle istituzioni europee, e che si occupa ad esempio dei casi di uso improprio delle indennità parlamentari e i rimborsi falsi. Nel primo caso – si legge nel rapporto – il Parlamento ha cercato di bloccare le indagini dell’OLAF, sui quattro deputati. Nel secondo l’OLAF è stata accusata dal Parlamento di non agire in modo del tutto trasparente e, più in generale, di coltivare rapporti troppo intimi con gli amministratori presso la Commissione europea. Transparency mette entrambi, controllati e controllori, sul banco degli imputati. E nel rapporto scrive che l’indipendenza operativa “a tenuta stagna” dell’OLAF, con “meccanismi ben funzionanti che assicurino che è ancora responsabile delle sue azioni, è un passaggio fondamentale perché siano svolte effettive indagini e sanzionate le attività dei corrotti all’interno delle istituzioni”.