Eravamo rimasti, se ben ricordo, al capitano Diosdado Cabello ed alla sua “tv-manganello”. Ovvero: all’edificante ‘one man show’ che ogni lunedì sera, in pieno prime time, il presidente della Asamblea Nacional conduce per Vtv, una delle sette reti televisive dello Stato. E c’eravamo sforzati d’illustrare, attraverso una delle storie raccontate dal capitano – quella, per l’appunto, del povero Alejandro Márquez – quale fosse la vera cifra etico-politica, non solo della trasmissione e dell’uomo che la conduce, ma anche, per molti versi, del chavismo tutto. Laddove per ‘tutto’ s’intende, ovviamente, anche quello di casa nostra, molto ardimentosamente intervenuto, a difesa del capitano, nei commenti al mio precedente post.

Ancor più interessante ed istruttiva si fa la storia, tuttavia, se viene narrata dall’inizio. Vale a dire: se si racconta come e quando il molto nerboruto presidente della Asamblea Nacional abbia trovato il suo posto al sole – ed un posto d’assoluta preminenza – nel contesto di quel Sistema Bolivariano de Comunicación e Información (Sibci), che raccoglie tutte le entità informative dello Stato. Tutte, naturalmente, pagate con i denari di tutti. E tutte dedicate a due fondamentali attività: cantare le lodi del comandante supremo ed eterno, Hugo Chávez Frías, e calunniare – come accaduto al povero Alejandro – tutti coloro che queste lodi non intendono cantare.

Dunque: c’era – prima di Diosdado e della sua ‘tv-manganello’ – un altro conduttore che conduceva un’altra trasmissione. Il conduttore si chiamava (e tuttora si chiama) Mario Silva. Ed il suo programma – notoriamente il più amato dall’ ‘eterno’, che non di rado interveniva telefonicamente per applaudire ed incoraggiare il conduttore – si chiamava ‘La hojilla’, la lametta da barba, titolo quanto mai azzeccato per una trasmissione il cui scopo principale era quello, non di radere, ma di tagliare la faccia all’antichavismo. Era (e tuttora è) Mario Silva, per mentalità e per atteggiamento, un autentico sicario dell’informazione. E le sue ‘lamette’ quasi sempre erano, fuor di metafora, registrazioni di conversazioni telefoniche tra membri dell’opposizione. Tutte ovviamente illecite, tutte evidentemente opera dei servizi di sicurezza dello Stato e tutte tese a testimoniare complotti, cospirazioni e crimini vari che, in nessun caso, si sono poi tradotte in procedimenti giudiziari (anche perché l’unico vero crimine prefigurabile ai sensi della legge era – o meglio, sarebbe stato, avesse la legge ancora un senso, nella Venezuela di Chávez – proprio la registrazione della telefonata).

Accadde tuttavia che Mario Silva, conduttore che di spada (o di lametta) feriva, di spada finì un giorno per perire. La registrazione d’una sua lunga conversazione – pare con un agente dei servizi d’intelligenza cubani – terminò nelle mani d’un esponente dell’opposizione. E rivelò – questa volta per bocca del giornalista-sicario più amato dal ‘supremo’ – alcune risapute verità, riassumibili come segue: la rivoluzione bolivariana è in grave pericolo, non per le manovre dell’opposizione, ma per un cancro che la corrode dall’interno. E quel cancro si chiama Diosdado Cabello, l’uomo che, da un lato, controlla tutti gli apparati di repressione (dalle Forze Armate, ai servizi di sicurezza del Sebin, alla Guardia Nazionale, alle bande paramilitari) e che è, dall’altro, al centro d’un gigantesco sistema di corruzione, basato sui differenziali del cambio di valuta gestiti dal Cadivi e dal Seniat.

Per la cronaca: il Cadivi ed il Seniat – quest’ultimo diretto per un buon lasso di tempo da José David Cabello, fratello di Diosdado ed attuale ministro dell’Industria – sono per lungo tempo stati gli enti preposti all’assegnazione di valuta al cambio ufficiale (fino a dieci volte più favorevole di quella dell’imperante mercato nero). E stando ad almeno due altre e molto illustri fonti interne al chavismol’ex ministro di Pianificazione e finanza Jorge Giordani e l’ex presidente della banca centrale Edmeé Betancourt – hanno generato negli ultimi anni una perdita per almeno venti miliardi di dollari, tutti finiti nelle tasche di empresas de maletín’, imprese fantasma create al solo scopo di speculare sul cambio preferenziale.

Mario Silva si difese sostenendo che quelle registrazioni non erano che un falso. Un falso, anzi, tanto perfetto, che non poteva che esser opera del Mossad. Maduro, dal canto suo, chiamò il tutto ‘basura, spazzatura. E Diosdado si limitò ad affermare che quelle registrazioni non erano che “opinioni di Mario Silva”. Opinioni, aggiunse, che non gli “toglievano il sonno. Aveva ragione lui, naturalmente. Mario Silva sospese ‘temporaneamente’, per ‘ragioni di salute’, la sua amatissima trasmissione. E se ne andò a Cuba per curarsi. Quando tornò, la sua ‘lametta’ non esisteva più, a tutti gli effetti sostituita – in un passaggio di testimone che assomiglia, per chiarezza, ad una parabola evangelica – dal ‘manganello’ di Diosdado. Le indagini subito zelantemente aperte dalla Fiscal Luisa Ortega, sono finite tutte, prevedibilmente, in un cassetto. Classicamente insabbiate come le molte altre che riguardano il capitano…

La morale? Ognuno tragga la propria. Di certo c’è il fatto che questa favola è lo specchio Venezuela d’oggi. Un paese che una parte della sinistra considera un modello. Cosa che, lo confesso, da uomo di sinistra, un po’ mi fa rabbrividire…