Ha stravinto ancora, Viktor Orban. Nonostante la comunità internazionale fosse contro di lui. Nonostante le accuse di aver imbavagliato i media, di essere antidemocratico e di aver cambiato unilateralmente costituzione e legge elettorale. D’altronde Orban ha mantenuto la sua promessa più importante: portare l’Ungheria fuori dalla crisi, che nel 2009 era esplosa facendo crollare l’economia del 6,8%. Il pil ungherese, nel 2013, ha segnato un +1,1% (+2,7% solo nel quarto trimestre), mentre le previsioni per il 2014 segnano una crescita del 2%. Giù anche la disoccupazione (dall’11,8% di un anno fa all’8,6% del mese scorso) e i prezzi del gas e dell’elettricità, grazie ai tagli alle tariffe imposti alle multinazionali direttamente dal governo. Poco importa, quindi, se Orban è considerato da tutti un antieuropeo; l’Ue, di cui l’Ungheria fa parte dal 2004, è lontanissima dalle campagne magiare, e probabilmente lo resterà a lungo. Perché è soprattutto questo, il messaggio che il Paese ha lanciato con il voto di ieri: le nazioni contano, e le politiche anti-crisi possono essere diverse, anche opposte a quelle dettate da Bruxelles.

“Altri quattro anni” dunque, come scrivevano su cartelli improvvisati i sostenitori del premier in carica, nella manifestazione pro-Fidesz del 29 marzo. Un corteo di 150mila persone, giunte soprattutto dalla campagna, che aveva riempito il centro di Budapest di tricolori ungheresi e abiti tradizionali, fedeli alla retorica nazionalista orbaniana. Scarno, invece, il sostegno all’opposizione, che racchiude nella coalizione “Unità” un’ampia schiera di partiti: dai socialisti di Attila Mesterhazy, sfidante ufficiale di Orban, fino ai verdi e ai liberali. D’altronde, la coalizione ha deciso di formarsi solo il 23 gennaio scorso; poco, dunque, il tempo per organizzare una campagna elettorale massiccia, già ostacolata dai vincoli imposti dalla legge sui media (varata da Orban subito dopo la vittoria del 2010) e dalla vera e propria “macchina da guerra” scatenata da Fidesz, che in quattro anni si è costruita attorno una fortezza economica e mediatica. Senza contare che l’Ungheria, ha votato con un nuovo sistema elettorale, disegnato dal governo uscente in base alle sue esigenze: i seggi da assegnare in Parlamento sono 199 (prima erano 386), e i collegi sono stati accorpati (da 176 a 106) e ritagliati – denuncia l’opposizione – in modo da favorire Fidesz. A tutto questo si aggiungono 200mila nuovi elettori, ai quali il diritto di voto è stato concesso proprio da Orban: si tratta degli ungheresi “etnici” (non nati nel Paese, ma comunque di discendenza magiara) fuori dai confini, una moltitudine lasciata nei Paesi confinanti dal Trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale spogliò l’Ungheria di tre quarti del proprio territorio. Una ferita nazionale che Viktor ha cercato di sanare, ricavandone una massa di voti certo non determinanti, ma nient’affatto sgraditi.

Ed ecco che le previsioni dello scorso week-end trovano conferma nelle percentuali raccolte dalle urne: mentre il duo Fidesz-KDNP (il partito cristiano-decocratico alleato di Orban) trionfa con un 44,54% – percentuale inferiore al 52,7% del 2010, ma che gli garantirà di nuovo i due terzi dei seggi grazie alla nuova legge elettorale – l’opposizione deve accontentarsi di un 25,99%, (pari a 38 seggi) seguita dalla vera forza emergente ungherese, il partito di estrema destra Jobbik, che conquista il 20,54% dei consensi. Fondato nel 2003, il “Movimento per un’Ungheria migliore” – o “per un’Ungheria più a destra”, secondo le molteplici sfumature della parola “Job” – è tacciato di antisemitismo e antieuropeismo, e di aver scatenato una vera e propria “caccia ai Rom”, che nel Paese rappresentano una comunità numerosa ma emarginata. Jobbik è forte nelle periferie, nelle campagne e nelle zone più depresse del Paese, dove la disoccupazione ha portato tanti cittadini alla disperazione. Già nel 2010 il “partito nero” aveva raccolto il 17% dei voti; in queste settimane, Budapest era tappezzata dei suoi manifesti elettorali, con il volto del leader Gabor Vona (36 anni) in primo piano. Nel 2007, Vona fondò la “Magyar Garda”, una sorta di milizia ungherese protagonista di ronde notturne in periferia e nei paesini dell’Est. Tra il 2008 e il 2009 la giustizia ungherese ne decretò lo scioglimento (perché “contraria ai diritti umani”); ciononostante, la milizia si è riformata sotto altro nome. Sarà interessante capire quale mutazione subirà il “partito nero”, che dovrà rendersi presentabile ora che la sua presenza in Parlamento (dovrebbe ottenere 23 seggi) inizia ad avere peso. Nei giorni scorsi, infatti, Jobbik ha cercato di allontanare l’immagine di partito “neonazista” con cui è stato marchiato, soprattutto all’estero; l’intento, probabilmente, è quello di accreditarsi come una forza simile a quella del Front National di Marine Le Pen, in Francia, con un programma economico nazionalista, populista e vicino alle necessità della sterminata comunità rurale magiara. Vona, infatti, pensa già al 2018: «Alle prossime elezioni vinceremo», ha dichiarato ieri a caldo, dopo i risultati definitivi.

Dopo l’ennesimo trionfo, con 133 seggi su 199, Orban può andare dritto per la sua strada: da un lato, una politica economica autonoma e nazionalista, che riporti in mani ungheresi il sistema bancario e i settori strategici (energia in primis); dall’altro, una politica estera disinvolta, che strizzi l’occhio alla Russia di Putin, senza disdegnare investimenti esteri generatori di lavoro, come nel settore dell’automotive. È uno scenario lontano dall’Europa, quello che si profila in Ungheria, dove le destre nazionaliste e populiste hanno intercettato il consenso dei cittadini. Un consenso conquistato alle spalle di Bruxelles ma al quale, seppure involontariamente, l’austerity ha dato man forte.