Il giorno successivo la visita romana di Barack Obama, la politica di Washington discute soprattutto delle implicazioni che l’incontro con Papa Francesco può avere sul futuro del presidente. Se dei colloqui con il primo ministro italiano Matteo Renzi si trova scarsa menzione – su giornali, siti, radio e televisioni Usa – a prevalere è il senso politico di quanto Obama e Francesco si sono detti in Vaticano. E il bilancio, per il presidente Usa, non sembra essere del tutto soddisfacente. Casa Bianca e Vaticano hanno infatti dato un resoconto piuttosto contrastante dell’incontro. Washington ha spiegato che durante la conversazione, durata 52 minuti, il Papa e il presidente degli Stati Uniti hanno parlato soprattutto dei temi legati alla povertà e alla marginalizzazione, “insieme alle questioni del Medio Oriente, del conflitto in Siria e del trattamento dei cristiani nel mondo”.

Roma non ha invece fatto praticamente cenno al tema della diseguaglianza e in una dichiarazione ufficiale ha scritto che il Papa avrebbe enfatizzato “l’importanza per la chiesa dei diritti di libertà religiosa, vita e obiezione cosciente”. In queste poche righe – e Obama e i suoi l’hanno capito immediatamente – si trova una gelida presa di distanza dalle politiche più recenti dell’amministrazione e un riferimento a quello che la Casa Bianca sperava fosse tenuto fuori dall’incontro: la questione dell’aborto, ma soprattutto quella della contraccezione, con il mandato di copertura delle spese per la contraccezione presente nella riforma sanitaria di Obama e duramente osteggiato dalle gerarchie cattoliche americane. Di qui il senso di occasione mancata con cui il capo della Casa Bianca torna a Washington – e questo oltre le dichiarazioni di facciata: Obama è apparso sorridente e rilassato in Vaticano e ha spiegato che “Sua Santità è capace di aprire gli occhi di chiunque”.

Il presidente Usa era del resto arrivato a Roma con due obiettivi precisi, entrambi indirizzati alla propria opinione pubblica (come avviene quasi sempre, quando un presidente americano si reca all’estero). Da un lato, quello di approfittare della popolarità di Papa Francesco per raddrizzare una percezione – la sua, presso l’opinione pubblica americana – che negli ultimi mesi ha perso in forza e credibilità. E’ quello che i media americani hanno definito “the halo effect”: l’effetto aureola, i benefici che il presidente potrebbe guadagnare da qualcuno più popolare di lui. L’altro obiettivo della missione vaticana di Obama era ancora più importante. E cioè rivolgersi al proprio elettorato cattolico, in vista delle elezioni di midterm del novembre 2014. I cattolici negli Stati Uniti sono più di 75 milioni. Si tratta di un frammento di popolazione in continua crescita, considerata l’immigrazione dai Paesi dell’America Latina; un frammento di popolazione con una forte maggioranza sotto i 40 anni, e che negli ultimi anni ha mostrato di rappresentare un blocco elettorale potente ma non garantito. Obama ha per esempio conquistato la maggioranza del voto cattolico nel 2008 e nel 2012.

Ma nel 2004 i cattolici hanno votato in maggioranza per George W. Bush (il 51%) contro il cattolico John Kerry. Oggi – lo dice un sondaggio del “Pew Research Center” – almeno otto cattolici americani su dieci dicono di avere un “giudizio favorevole” della figura del pontefice. Di qui l’attenzione e l’interesse che la visita in Vaticano aveva per Obama, e la speranza che un pontefice apparentemente più aperto e liberale rispetto al suo predecessore potesse aprire un canale di dialogo privilegiato con Washington – utile in vista delle prossime elezioni. Obama e il suo staff ricordano del resto ancora molto bene la freddezza del colloquio avuto con Benedetto XIV nel 2009, quando il Papa ricordò puntigliosamente al presidente Usa tutti i punti di attrito tra la sua politica e la dottrina della Chiesa: in particolare l’aborto. In realtà, non è andata così nemmeno questa volta. Obama avrebbe sperato di poter discutere di immigrazione e povertà globale con il papa latino-americano che ha in qualche modo de-enfatizzato le questioni morali – aborto e matrimoni gay – e portato in cima al suo magistero quelle sociali. Ma anche questa volta il papa – non più Ratzinger ma Bergoglio – gli ha risposto ricordando l’insegnamento cattolico sull’aborto e prendendo posizione accanto ai vescovi americani. Per i quali non è sufficiente l’esenzione che l’amministrazione USA ha dato a chiese e istituti religiosi in tema di contraccezione garantita ai propri dipendenti; ma che quella norma vorrebbe cancellata dall’Obamacare. Barack Obama torna quindi a Washington senza i risultati sperati. E dovendo forse riconoscere l’esattezza di quanto detto, prima dell’incontro di Roma, da una vecchia volpe della politica come Newt Gingrich, che tra l’altro è un cattolico convertito. “Il papa non è un progressista, come molti liberal americani credono”, aveva avvertito Gingrich, “e non ha fatto aperture su aborto e matrimoni gay. Una profezia che, mentre Obama è sulla strada del ritorno, appare tristemente vera per il presidente USA.