Nei giorni scorsi gran parte dei media americani hanno riportato alcuni estratti di un libro pubblicati sul New York Times Magazine. Il testo è firmato dalla giornalista Carlotta Gall, la più alta in grado tra tutti i corrispondenti mondiali che dalla tragedia delle Torri Gemelle hanno coperto l’evolversi degli sviluppi politici e sociali nei due Paesi più a rischio del pianeta: Afghanistan e Pakistan.

Il lavoro accusa i servizi segreti pachistani (Isi) di essere stati a conoscenza del covo in cui Osama bin Laden trascorse gli ultimi sei anni della sua vita prima di morire, in quel fatidico 2 maggio del 2011. In particolare, sono due le ipotesi sorprendenti che avallano la tesi della Gall. La prima riguarda la testimonianza di un funzionario pakistano che – parlando a condizione di anonimato – ha rivelato la confessione ricevuta da un suo collega statunitense secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avuto la prova diretta di un coinvolgimento del tenente generale Ahmed Shuja Pasha, ai vertici dell’Isi, sulla protezione ricevuta dall’ex Sceicco del Terrore ad Abbottabad. In sostanza: i servizi segreti del Pakistan sapevano.

La seconda è di natura tecnica, ovvero – stando a quanto scritto dalla Gall – l’intelligence di Islamabad aveva creato un’unità speciale dedicata esclusivamente all’ex leader di Al Qaeda che operava in maniera indipendente. Una formazione guidata da un ufficiale autonomo e svincolato gerarchicamente dai propri superiori con l’esclusivo compito di seguire un uomo, l’uomo più pericoloso del mondo e su cui per la sua cattura – vivo o morto – pendeva una taglia di 25 milioni di dollari spiccata dal Dipartimento di Stato Usa.

Ora, il punto è domandarsi se, al di là di confessioni top-secret e difficili da verificare, vi siano delle prove concrete, incontrovertibili, che i servizi pakistani abbiano offerto la propria protezione a uno dei terroristi più temuti di sempre. Le sensazioni non mancano: tra il Pakistan e i talebani afghani – perché Bin Laden, come in molti ricordano, iniziò a riempire il suo curriculum di mujaheddin combattendo nei primi anni ’80 contro i sovietici in Afghanistan – ci sono sempre stati dei rapporti di cortesia e interdipendenza. La Shura di Quetta ne è l’esempio più lampante.

E’ vero però, che ascoltando le opinioni di alti ufficiali americani del calibro di John Brennan, Leon Panetta, Jeremy Bash, Hillary Clinton, l’ammiraglio Mike Mullen, Michael Vickers e Tony Blinken, uniti da decenni nella lotta contro Al Qaeda e nel sospetto che Islamabad abbia dato, e dia tutt’ora, il suo sostegno a cellule estremiste islamiche, appare remota la possibilità che i pakistani avessero avuto a loro tempo degli indizi sulla giacenza di Bin Laden ad Abbottabad. Inoltre, se Washington avesse avuto delle prove reali sull’interferenza pakistana perché mai avrebbe dovuto tenerlo nascosto. Forse per non perdere la faccia davanti agli occhi del mondo, o forse – guardando in India – per mantenere sotto scacco un Paese centrale negli equilibri geopolitici della regione. Ma sono risposte gracili.

Nel 2011, infatti, il rapporto tra Stati Uniti e Pakistan era al suo punto più basso: all’inizio dell’anno un agente della Cia aveva ucciso due pakistani in pieno giorno nella città di Lahore ed entrambi i paesi si resero protagonisti di uno scambio di accuse infuocato per diverse settimane, al quale seguì poi la pesante impopolarità raggiunta dal programma drone americano nel Waziristan. Insomma, prove certe di un coinvolgimento di Islamabad nella vicenda, oggi, non ce ne sono, anche se sono diverse le fonti che parlano di documenti caldi rinvenuti nel giorno del blitz dei Navy Seals e mai resi pubblici. Bene, in tal caso Obama avrebbe la possibilità di passare alla storia. Rivelando i dossier fugherebbe i dubbi sull’operato degli Stati Uniti e restituirebbe al suo Paese il prestigio internazionale perso negli ultimi anni. Ma perché ancora non lo ha fatto?