E’ scoppiata anche in Italia la moda anti-euro, è quanto si evince dal sondaggio di Demopolis per l’Espresso. Colpisce, in particolare, la composizione politica degli euroscettici: 41 per cento Forza Italia e 45 per cento Movimento 5 Stelle. I fedeli del Pd, invece, continuano a difendere a spada tratta la moneta comune. L’euroscetticismo è anche più diffuso del desiderio di tornare alla lira, solo un terzo degli italiani sarebbe favorevole a questo passo, il resto ha paura che l’uscita dall’Euro diminuisca l’importanza dell’Italia sulla scacchiera politico economica europea ed internazionale. Quindi più che di euroscetticismo si dovrebbe parlare di euroarrabbiatura, prodotta dal pessimo trattamento a noi riservato.

Bastano queste poche pennellate per dipingere una nazione che solo adesso si interroga sui pro ed i contro della moneta unica, un paese dove il dibattito su questi temi è stato volutamente oscurato da una coalizione di forze politiche, istituzioni e mezzi di informazione. I pochissimi che hanno tentato di avviarlo, come chi scrive, sono stati attaccati ed infangati da una banda di cattedratici e giornalisti di regime, e cioè ben poco democratici. Nel 2010 tutti in Italia cantavano all’unisono ed oggi la nazione paga le conseguenze della poca professionalità di chi ci governa e ci indottrina.

Matteo Renzi ha cambiato tono – anche se il suo partito continua ad essere il più importante sostenitore dell’Euro – tuttavia è tardi. Anche se grazie ad un miracolo fosse vero tutto quello che promette: meno austerità e più soldi dall’Europa, ormai il nostro potere contrattuale a Bruxelles vale zero.

Come ribadito nel 2010, nelle poche testate che me lo hanno permesso, l’Italia doveva allearsi con gli altri paesi della periferia, rifiutarsi di sottomettersi alle politiche scellerate di austerità e minacciare l’uscita dall’euro. Allora più del 60 per cento del debito dei paesi cosiddetti Piigs era detenuto da banche straniere, in particolare tedesche e francesi. Ciò significa che l’implosione dell’Euro avrebbe messo K.O. il sistema bancario europeo, ed anche quello mondiale dal momento che questo ne rappresenta più della metà. Bruxelles e la Germania non avrebbero rischiato tanto, e sicuramente il mondo non glielo avrebbe permesso, si sarebbe arrivati ad un accordo migliore di quello raggiunto. 

I Piigs, non la Germania e la Troika, dovevano guidare le politiche anti crisi, ma non l’hanno fatto. Invece tutti hanno applaudito la manovra di Draghi del novembre del 2011 con la quale noi deficitari ci siamo ricomprati un debito che non riusciremo mai e poi mai a pagare e che ci rende sempre più poveri, salvando così  le banche e gli investitori stranieri, i mercati e così via.

La responsabilità è anche dell’informazione che in queste nazioni è in mano alle élite al potere. Una politica diversa, infatti, di scontro con Bruxelles in difesa degli interessi della popolazione non avrebbe protetto quelli loro in casa ed all’estero. La minaccia del ritorno alle monete nazionali o la nascita di un euro di serie B avrebbe ne dimezzato la ricchezza monetaria.

Ironia della sorte vuole che la nazione che è andata più vicina all’implosione è l’Italia, nell’autunno del 2011. Quello è stato il momento di maggior debolezza o di massima forza, a secondo degli obiettivi che ci si prefiggeva: interessi nazionali o delle élite. Se avessimo voluto avremmo cambiato le sorti dell’Europa ed invece la classe politica ha firmato l’ennesima cambiale a nome dei cittadini intascandone i soldi. La nomina di Mario Monti e la seguente stabilità fittizia ha dato la possibilità all’élite italiana e del resto della periferia di mettere in salvo i propri capitali, ad esempio di convertirli in rendite immobiliari in Gran Bretagna e Germania, lontano dai pericoli monetari nazionali.

Oggi i giochi sono fatti: più del 60 per cento del debito italiano è detenuto dalle banche nazionali e dai cittadini, se implode chi ci rimette sono gli italiani. Le banche estere se ne sono sbarazzate grazie all’intermediazione della Bce. Se Renzi alza la voce e si rifiuta di obbedire alle politiche imposte da Bruxelles gli verrà mostrata la porta, un trattamento che ricorda molto quello riservato al leader greco quando propose il referendum sull’euro. Non sarà ne la prima ne l’ultima volta che Bruxelles sceglierà un nuovo viceré.

Le conseguenze più serie di questa crisi finanziaria sono ormai politiche, ma anche di questo non se ne può parlare in Italia, e possono essere riassunte in una sola parola: ingovernabilità. Chi ci ha venduto la favola a lieto fine dell’euro ed impedito un vero dibattito ha gravemente danneggiato la nostra democrazia al punto che si è arrivati a proporre una lista per le elezioni del Parlamento europeo capeggiata da un politico greco, che significa? Che dei nostri non ci fidiamo più?

Neppure in Portogallo o in Grecia abbiamo assistito ad uno sfacelo politico di questa portata, in fondo la difesa suicida e ad oltranza di una moneta che non solo non funziona, ma che non ha mai funzionato, nasconde il desiderio subconscio di appartenere ad un’altra entità politica reputata superiore, ad un’idea dell’Europa formulata dall’immaginario collettivo che altro non è che un’illusione, ma persino questo palliativo è preferibile al ritorno all’Italia della fine del secolo scorso. I portoghesi, gli spagnoli, i greci o gli irlandesi non condividono questo sentimento, che invece sembra serpeggiare in una buona fetta della popolazione dell’Ucraina, una nazione prossima alla bancarotta, alla quale l’Unione Europea ha promesso soldi ed un trattamento commerciale speciale, regali preziosi che però ha negato ai paesi della periferia nel momento del bisogno.