Si ripete, anche nel nuovo governo, lo stesso schema che abbiamo visto da qualche tempo: il ministero dell’Economia è stato assegnato a un cosiddetto tecnico. La trasformazione delle scelte di politica economica in scelte tecniche, e dunque in qualche modo inevitabili e necessarie, è uno dei più grandi inganni di questi anni che è stato effettuato con la complicità di una politica ormai esautorata di ogni reale potere d’azione e a spese di una opinione pubblica anestetizzata dai grandi media che ha perso ogni riferimento culturale oltre che politico.

Questa situazione è spiegata magistralmente da Luciano Gallino nel suo libro Il colpo di Stato di banche e governi (Einaudi, 2013). In un incontro organizzato al Centro studi Piero Gobetti di Torino, cui ho partecipato insieme allo stesso Gallino e a Pietro Polito, Antonio Caputo e Massimo L. Salvadori (qui i video dell’evento) si sono ripercorse le fasi della la crisi economica scoppiata inizialmente come una crisi bancaria e finanziaria innescata da una crisi di debito privato dovuto a un incontrollata creazione di “denaro dal nulla” nella forma dei titoli derivati da parte delle banche sia in Europa che in America.

Quando questo castello di carte è crollato, con dei costi enormi per milioni di persone, il governo americano ha sostenuto le banche per quasi trenta trilioni di dollari, nella forma di prestiti e garanzie, in parte rientrati e in parte no, mentre alla fine del 2010 la Commissione Europea ha autorizzato aiuti alle banche per più di 4 trilioni di dollari. Con questi interventi la crisi finanziaria, che fino all’inizio del 2010 era una crisi di banche private e non si era tramutata in una catastrofe mondiale, è stata caricata sui bilanci pubblici che così hanno salvato i bilanci privati. In quel momento le parole d’ordine, diffuse dai principali media, sono diventate però altre: eccesso di indebitamento degli Stati, eccesso di spesa pubblica, pensioni insostenibili, spese per l’istruzione “che non ci possiamo più permettere”, ecc. E come conseguenza, anche per rispettare i nuovi provvedimenti, primo tra cui l’incredibile norma del pareggio di bilancio inserita in Costituzione senza una discussione pubblica da un Parlamento quantomeno distratto, è stato fatto passare senza grandi difficoltà il messaggio che  lo Stato spende troppo e dunque che è necessario tagliare le spese pubbliche: asili, scuole, sanità, istruzione, ricerca, pensioni, ecc.

Questa incredibile e inaccettabile mistificazione è stata possibile grazie ad un’egemonia culturale e politica che invade sia l’orientamento dell’opinione pubblica nei grandi quotidiani che lo stesso centro di formazione della cultura che è l’università. La selezione di chi sarà responsabile della formazione del pensiero delle nuove generazioni è uno dei punti di scontro più cruenti all’interno dell’accademia e sullo sfondo c’è proprio il mantenimento dell’egemonia culturale e politica. Le infuocate polemiche a margine delle abilitazioni scientifiche nazionali, con le quali si vorrebbero scegliere i nuovi docenti in base a “criteri quantitativi”, ma che in realtà rappresentano il proseguimento del gattopardesco disegno della Gelmini di “togliere potere ai baroni” dando tutto il potere a “certi baroni”, ne sono una conseguenza eclatante.

Come osservato dallo storico Massimo L. Salvadori, l’economista Vilfredo Pareto, convinto che la democrazia fosse un’illusione, scriveva “La plutocrazia moderna è maestra nell’impadronirsi dell’idea di eguaglianza come strumento per far crescere, di fatto, le disuguaglianze”. Era il 1923: oggi siamo sempre allo stesso punto. 

Ps. Per riformare il sistema finanziario Luciano Gallino con Elio Veltri e Antonio Caputo hanno proposto una petizione al Parlamento Europeo che si può firmare a questo indirizzo.