Oltre 600 milioni di perdite nell’ultimo anno, 1,7 miliardi di rettifiche sui crediti dubbi solo nell’ultimo trimestre, eppure a Piazza Affari il Banco Popolare è la superstar del momento. Il successo del titolo (+16% negli ultimi tre giorni e +11% nella sola giornata di martedì) si spiega in parte con il fatto che il disastro dei conti era stato già preannunciato al mercato e che nel rosso fuoco del bilancio ha avuto un ruolo importante la Banca d’Italia che ha preteso una severa pulizia dei prestiti deteriorati, vero e proprio tallone di Achille del gruppo. Ma soprattutto è stato apprezzato il piano industriale 2014-2016 presentato venerdì scorso contestualmente ai conti, secondo cui le rettifiche sui crediti sono destinate ad una “progressiva flessione” fino ai 662 milioni del 2018.

Questo dovrebbe favorire il ritorno dei profitti già nel 2016 quando è atteso un utile di 609 milioni. Insomma un altro anno di moderata sofferenza e poi, nelle intenzioni del management, comincia la festa. Ovviamente sono più auspici che certezze. La flessione delle sofferenze è legata a filo doppio alla ripresa economica del Paese che dovrebbe effettivamente concretizzarsi nei prossimi 2 anni ma su cui non mancano fattori di rischio. La Borsa comunque ci crede, dagli analisti fioccano promozioni e consiglio di acquisto (“buy”). Probabilmente si apprezza anche il fatto che il conto degli errori commessi in passato dal management nella politica di concessione di prestiti vengono in parte scaricati sui dipendenti per cui sono previsti 750 esuberi entro fine 2016. Per ora però il dato reale è che la situazione dei crediti malati del gruppo continua a pesare come un macigno e nonostante gli ultimi interventi il tasso di copertura, ovvero la quota di perdita su un credito già incorporata in un bilancio, si ferma al 37,6% (dal 36,9% del 2012) al di sotto della media europea e lontana da valori ben superiori al 40% di Unicredit e Intesa Sanpaolo.

Su 86 miliardi di crediti ci sono 19 miliardi di prestiti più o meno a rischio (9 miliardi di sofferenze e 8 miliardi di incagli, il resto sono crediti scaduti e ristrutturati) a fronte dei 16 miliardi con cui si era chiuso il 2012. Per ogni 10 euro prestati 2 sono insomma a rischio con la possibilità di rivederli se non al termine di un lungo e tortuoso iter giudiziario. Un buon contributo lo fornisce Italease, la banca originariamente specializzata in prestiti immobiliari, per cui è stato avviato l’iter di fusione. Trasformata in una specie di bad bank che dovrebbe smaltire i crediti avariati accumulati negli anni. Per ora i risultati appaiono deludenti visto che i crediti in sofferenza a suo carico restano pressoché stabili introno ai 4 miliardi di euro. Il Banco Popolare sottolinea come questi crediti malati siano in buona misura accompagnati da garanzie reali (il 73% per le sofferenze, il 79% per gli incagli).

L’ultimo baluardo di fronte a queste potenziali minusvalenze è un patrimonio netto di 8 miliardi di euro, in calo del 5% rispetto all’anno prima. L’aumento di capitale da 1,5 miliardi annunciato a fine gennaio migliorerà comunque gli indicatori patrimoniali. Il cosidetto ‘Common Equity Tier 1’, indicatore di solidità patrimoniale, salirà a circa il 10% , al di sopra del livello minimo dell’8% richiesto ai fini della revisione degli attivi di bilancio avviata da Bce e Autorità bancaria europea. Sono evidenti gli sforzi del Banco per presentarsi con le carte in regola all’esame europeo e scongiurare così la richiesta di nuovi interventi di rafforzamento patrimoniale. In quest’ottica vanno letti sia l’annuncio dell’aumento sia l’operazione di rettifica dei crediti. Dovrebbe aiutare poco l’eventuale rivalutazione delle quota in Banca d’Italia (su cui la Commissione Ue ha avanzato il sospetto possa trattarsi di aiuti di Stato).

Nel caso del banco Popolare il beneficio sarebbe di circa 90 milioni vista l’esiguità della quota (1,2%) e comunque non computabili ai fini dell’esame europeo. Per il resto il bilancio 2013 mostra un calo del 5,6% dei ricavi da interessi su prestiti che scendono a 1,64 miliardi da 1,74 del 2012. Salgono invece dell’1,8% i profitti da Commissione a 1,38 miliardi e balzano del 115% a 189 milioni i proventi delle attività di trading (compravendita di titoli). La composizione dei ricavi appare un po’ sbilanciata rispetto ai valori medi europei. Gli interessi sui prestiti pesano per 45% (contro un media del 56%), le commissioni incidono per il 38% (valori medi 28%) le attività di trading per il 5% (8% la media). A differenza di quanto stanno facendo le grosse banche europee (molto meno le italiane) il Banco Popolare fa sapere di non aver restituito sinora neppure un centesimo dei 13,5 miliardi di euro presi in prestito dalla Bce. Tuttavia secondo la banca questo non costituirebbe un problema potendo disporre su un portafoglio di titoli di Stato italiani da 14 miliardi la cui vendita potrebbe compensare il venir meno del finanziamento che dovrebbe scadere nel 2015.