Per essere da Oscar l’Italia punti su se stessa, cioè sul Bello. Concetto semplice come la matematica spiegata da un Genio, il Belpaese può e deve andar fiero di Paolo Sorrentino, che ha trionfato a The 86th Annual Academy Awards nella categoria Best Foreign Language Film. Il regista di Napoli come il Maestro di Rimini 50 anni dopo, che l’artista ha ringraziato. “Le mie fonti d’ispirazione Federico Fellini, Martin Scorsese, Diego Armando Maradona, Roma e Napoli”. Senza dimenticare moglie e famiglia. 

Una Grande Bellezza che restituisce la dorata Statuetta al tricolore dopo 15 anni, quando nel 1999 fu appunto Roberto Benigni a portarsene a casa ben tre: miglior film straniero, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora. L’ultima nomination italiana invece è vecchia di otto anni e porta il titolo de La bestia nel cuore per la regia di Cristina Comencini. Diciamolo a gran voce: è tempo da Oscar per un Paese che nel suo essere “misteriosamente buffo” e malandato, ha rimesso la chiesa al centro del villaggio per ripartire con ciò che meglio gli riesce: creare Bellezza. Idea che il cineasta napoletano ha confermato in una dichiarazione rilasciata alla vigilia della magica Notte: “L’Italia è pazza ma bella e vorrei che la sua pazzia fosse indirizzata verso la Bellezza, che è la sua grande risorsa”. Parole sante, parole da Oscar. 

Non è un caso che l’Italia guidi la classifica degli Academy Awards per il film in lingua straniera: con Sorrentino siamo a quota 14, subito dietro di noi la Francia con 12 mentre lontano dalle vette al terzo posto Spagna e Giappone, con “solo” 4 Statuette. Scandagliando gli archivi di un riconoscimento che l’Academy ha introdotto nel 1948, è stato proprio il tricolore a inaugurare la categoria: Vittorio De Sica e il suo Sciuscià trionfarono a Hollywood con un bis del grande regista e attore due anni dopo con Ladri di biciclette. Sette anni dopo fu Federico Fellini a commuovere la Mecca del cinema con La strada, facendo proprio anche l’Oscar del 1958 con Le notti di Cabiria. E il genio di Maestro da Rimini tornò a sbaragliare tutti gli avversari nel 1964, trionfando con uno dei suoi capolavori assoluti, 8 e 1/2. De Sica lo imitò l’anno seguente con Ieri, oggi, domani.

Gli anni Settanta videro la vittoria di Elio Petri con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1971), ancora di Vittorio De Sica con Il giardino dei Finzi-Contini (1972) e dell’inossidabile Fellini con Amarcord (1975). Se gli anni Ottanta lasciarono il Belpaese a secco, i ’90 iniziarono subito nel segno del tricolore grazie a Giuseppe Tornatore e al suo omaggio alla Settima Arte Nuovo cinema Paradiso a cui fece seguito due anni più tardi Gabriele Salvatores con Mediterraneo. A parte l’eccezionalità dei nove Oscar a Bernardo Bertolucci per L’ultimo imperatore (1988) che ad oggi rende il cineasta parmigiano l’unico italiano ad aver vinto anche nella categoria del Miglior film, il cerchio si chiude con il già citato Benigni nel 1999.

Nella sua strada verso l’Oscar, La Grande Bellezza ha vinto ogni premio internazionale di rilievo ad esclusione di quelli di nazionalità francese: sarà per la tradizionale rivalità coi cugini Oltralpe, resta comunque un mistero l’assenza di premi al Festival di Cannes mentre il mancato César poteva anche essere previsto. Ma, soprattutto, la malinconica e beffarda vicenda di Jep Gambardella/Toni Servillo ha già fatto propri i favori del pubblico statunitense, che dal 15 novembre l’ha “premiata” nelle sale con oltre 2 milioni di dollari d’incasso.