Niente da fare: Martin Scorsese (The Wolf of Wall Street) e David O. Russell (American Hustle) tornano a casa a mani vuote. Per entrambi, l’Oscar può attendere, sebbene Martin – contentino – l’abbia già vinto per The Departed. Ma la sconfitta più grande, ci perdonino, non è la loro, e nemmeno quella di U2 e Pharrell Williams, che la statuetta per la miglior canzone se l’è presa Frozen. Il grande loser è sempre lui, questo primato nessuno glielo leva, purtroppo: ancora a bocca asciutta Leo Di Caprio, che da Lupo ha incassato la quarta (attore protagonista) e la quinta (miglior film, perché è anche produttore) della sua carriera. Povero Leo, ma s’accontenti: la sua bravura luccica anche senza la statuetta placcata oro.

Comunque, la sua sconfitta offre una parzialissima consolazione per Scorsese: Matthew McConaughey ha vinto per Dallas Buyers Club, ma nel Lupo ha un cammeo folgorante, che non si dimentica. Dopo Killer Joe, passando per The Paperboy, Mud e Magic Mike, fino a The Wolf e Dallas, Matthew McConaughey ha deciso di fare “L’attore”, e il serial True Detective – non perdetelo! – non fa che confermare.

In America – via Rachel Syme del New Yorker – si parlava già di McConaissance, e il verdetto degli 86esimi Academy Awards ha confermato. Con, appunto, lo zampino di Scorsese: nel 2013 Matthew McConaughey è stato diretto ben due volte da Martin, in The Wolf e nello spot – magistrale – per Dolce&Gabbana The One Street of Dreams, dove recita al fianco di Scarlett Johansson. Sì, è l’anno di McConaughey e, un filo, l’Oscar di Scorsese. E allora spazio all’acceptance speech di McConaughey, che ha ringraziato Dio; il padre defunto, immaginandoselo con un birra in mano; la madre, che gli ha insegnato il rispetto; il suo irraggiungibile eroe, ovvero se stesso 10 anni nel futuro. E, soprattutto, “Amen”, “Alright, Alright, Alright” e “Keep on Livin’”.


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