“Tutto può succedere tranne che arrivi questa richiesta”. Era stato profetico il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, magistrato simbolo della lotta alla ‘ndrangheta, ospite a Presadiretta su Raitre lunedì scorso, quando Riccardo Iacona gli aveva chiesto se fosse disponibile a diventare ministro della Giustizia nel nuovo governo Renzi. Lui si era detto disponibile: “Sì, se avessi la libertà di realizzare le cose che ho in testa”. Dopo l’esclusione dalla lista del nuovo esecutivo, Gratteri si è chiuso nel più assoluto silenzio e non ha ancora voluto spiegare, se mai lo farà, l’origine di tanto fondato pessimismo. Intanto sulla sua pagina Facebook ci pensa il grande amico e coautore Antonio Nicaso a far filtrare l’irritazione per il voltafaccia last minute di cui il magistrato è rimasto vittima: “Io e Gratteri continueremo ad andare nelle scuole, dove ci apprezzano di più”.

La cosa certa è che Gratteri era ministro della Giustizia quando Matteo Renzi è salito al Colle e non lo era più quando è sceso. Al suo posto, l’ex ministro Pd all’Ambiente Andrea Orlando, fama di “garantista”, noto per aver chiesto l’abolizione dell’ergastolo e la non obbligatorietà dell’azione penale (leggi il blog di Peter Gomez). Eppure, scrive oggi Il Fatto Quotidiano, l’entourage del premier aveva assicurato l’incarico al magistrato, per telefono, giusto ieri pomeriggio. Cosa confermata sempre al Fatto da tre fonti che hanno chiesto di restare riservate. Ma sono molte le  testate che oggi (con maggiore o minore evidenza) sollevano perplessità sulla reale motivazione dello stop a un magistrato che non solo ha coordinato le più importanti indaggini contro la ‘ndrangheta degli ultimi anni, ma è anche autore di una serie di proposte per rendere più duro ed efficiente il contrasto a tutte le mafie. Proposte finite anche in un rapporto di 400 pagine consegnato appena il mese scorso al governo Letta. Non solo. Dato il peso internazionale della ‘ndrangheta, Gratteri è diventato un punto di riferimento fondamentale, per la polizia federale tedesca come per l’Fbi. La sua nomina al governo avrebbe lanciato il segnale di una vera svolta dell’Italia, spesso messa all’indice per il suo lassismo nella lotta alla criminalità e alla corruzione

IL COLLE STOPPA, BERLUSCONI FESTEGGIA. La versione semiufficiale è che Napolitano abbia fatto muro perché “c’è una regola non scritta, ma sempre rispettata: i magistrati in servizio non possono andare alla Giustizia“. La foto “rubata” di un appunto in mano a Renzi, dove compare la scritta riquadrata “magistrato in servizio”, è finita on line, quasi a suggellarla. E’ stato il Colle a fermare il pm, ma è altrettanto vero che il Giornale racconta di un Silvio Berlusconi “soddisfatto” di due ministeri soltanto, Sviluppo economico e, appunto, Giustizia. Mentre Libero festeggia in un titolo interno: “Orlando dall’ambiente ai tribunali: almeno niente pm”. Anche l’Unità osserva che la nomina di Gratteri avrebbe mandato “in fibrillazione Berlusconi e Alfano” (altri restroscena, però, smentiscono l’opposizione dell’Ncd all’ascesa ministeriale del magistrato calabrese).

Sul Corriere della sera, il principe dei quirinalisti Marzio Breda prende atto della smentita di Napolitano su un “braccio di ferro” con Renzi sulla lista dei ministri, ma, scrive, la lunghezza del colloquio tra il presidente della Repubblica e il premier “qualche sospetto potrebbe autorizzarlo”. Il Corriere cita come controversi il caso Bonino (silurata dagli Esteri) e Gratteri: “Poco difesi e quindi depennati senza troppo problemi? Sostituiti in extremis o mai davvero in corsa? Sacrificati sull’altare di una discontinuità anche generazionale?”, si chiede Breda. Oppure “candidature non del tutto potabili sotto il profilo degli equilibri politici?“.

MAGISTRATO GUARDASIGILLI? SULLA POMODORO NESSUNO HA FIATATO. In realtà sono due i magistrati che hanno occupato la poltrona di Guardasigili. Filippo Mancuso, giudice ormai prossimo alla pensione chiamato al governo da Lamberto Dini nel 1995, e Nitto Palma, entrato nel governo Berlusconi nel 2011 al posto di Angelino Alfano, ma dopo una carrierea parlamentare ormai decennale. Però, nei totoministri in vista del governo Renzi, è circolato con insistenza il nome di Livia Pomodoro, presidente in carica del Tribunale di Milano, e nessuno ha sollevato questioni di incompatibilità. Così i dubbi diventano legittimi. E’ stata davvero la discriminante dell’essere “in servizio” a sbarrare la strada a Gratteri? Ed è possibile che la “regola non scritta” sia venuta fuori solo all’ultimo momento, quando il nome del procuratore aggiunto di Reggio Calabria veniva fatto da giorni? O il veto è di altra natura? Sempre sul Corriere, è Maurizio Bianconi a domandarsi: “Come avrebbero reagito i berlusconiani? e gli avvocati?”. Da qui la “moral suasion” di Napolitano su Renzi.

Secondo Repubblica, Renzi è salito al Colle determinatissimo: “Per me è il candidato migliore, non voglio cedere. E’ il segnale più importante della discontinuità che intendo dare al mio esecutivo”. Ma Napolitano avrebbe risposto testualmente: “La regola non scritta per la Giustizia è mai una magistrato al ministero, mai. Questa è una regola insormontabile”. Il Secolo XIX va oltre. Secondo retroscena pubblicato oggi, Napolitano avrebbe detto: “Dottor Renzi, Gratteri è troppo caratterizzato“. Nicola Gratteri non è iscritto ad alcuna corrente della magistratura, né ha mai preso parte a iniziative politiche. L’unica cosa che lo “caratterizza” è la determinazione nella lotta alla mafia. Anche con soluzioni che certamente provocherebbero reazioni fortissime, come il drastico inasprimento delle pene per il 416 bis, l’associazione mafiosa, e la riduzione delle possibilità di patteggiare per ottenere condanne più miti. 

GIUSTIZIA, LE RICETTE DI GRATTERI CONSEGNATE A LETTA. Solo lunedì, Gratteri illustrava i suoi progetti di Riforma ospite di Riccardo Iacona a Presadiretta su Raitre, in una puntata dedicata al “Tesoro della mafia”. Oltre a raccontare di boss e colletti bianchi, Gratteri ha illustrato in modo molto concreto parte del rapporto “Per una moderna politica antimafia” consegnato a gennaio al governo Letta al termine del lavoro di una commissione che annoverava tra gli altri anche il collega Raffale Cantone (vedi sotto). Il rapporto contiene ricette per rendere più efficaci non solo i processi ai boss, ma anche le confische dei beni e la punibilità in tribunale del voto di scambio politico-mafioso. “Se davvero Renzi era così deciso a volere Gratteri al ministero della Giustizia, deve spiegarci pubblicamente perché ha accettato il diktat di Napolitano“, dice ora Iacona a ilfattoquotidiano.it. “Gratteri è un magistrato molto determinato sulla lotta alla mafia, ma nella nostra intervista è emerso anche il suo aspetto garantista, per esempio sul tema delle carceri”.