Mariana è laureata in Biologia ma fa la badante a Roma da un paio d’anni. A Kiev dove è nata 28 anni fa avrebbe guadagnato solo l’equivalente di 300 euro, il minimo indispensabile per pagarsi l’affitto e mangiare. Per questo ha deciso di venire in Italia. Ma oggi partirà, lascia tutto e va a Maidan, assieme ad altre badanti e collaboratrici domestiche che urlano “vergogna” all’ambasciatore ucraino. Al megafono Alina Koval, 45 anni, 2 figli, uno medico l’altro laureando in Ingegneria, si sgola e piange: “Scenda a parlare con noi ambasciatore, non siamo pericolose, al massimo le possiamo lanciare un po’ di detersivo, mentre i berkut e i tituska al soldo del suo presidente quelli sì sono crudeli e ammazzano i nostri figli”.

Alina non è l’unica a piangere per la rabbia e la disperazione e a chiedere sanzioni contro il regime. Se lei ha entrambi i figli – uno medico l’altro laureando in ingegneria – in piazza Maidan, Irina, Liuba, Oxana, Maria, Irina hanno nipoti, fratelli e sorelle. “Questo ambasciatore è un pavido, è la prima volta che scende a parlare con noi dopo settimane di insistenza ma ormai non serve più a nulla”, piange Oxana. A Leopoli faceva l’insegnante di musica, essendo laureata in violino al conservatorio. “Prima dell’indipendenza, quando ancora eravamo occupati dall’Urss in una notte, senza dirci nulla, ci hanno prosciugato il conto in banca. In una notte siamo diventati dei pezzenti, allora sono venuta qui per poter far studiare i miei figli. Domani però parto, vado da loro, non ce la faccio a saperli da soli in mezzo alla guerra civile. Preferisco morire ma vicino a loro”.

Mentre le più anziane alzano un’immagine della Madonna e la mostrano all’ambasciatore, arrivano alcune ragazzine con sciarpe e ghirlande gialle e blu, i colori della patria delle loro mamme. Raggruppate attorno all’ambasciatore, protetto da 4 poliziotti e agenti in borghese iniziano a urlare “sanzioni, sanzioni”, non appena il diplomatico dice che la situazione deve essere risolta dagli ucraini stessi e non dall’Ue. “Certo così Putin avrà gioco facile – dice Irina insegnante di pianoforte, appena tornata da Maidan perché ha finito le ferie – a ricostruire l’impero. Ma noi non vogliamo più vivere sotto nessuna dittatura, di nessun tipo. Ora non so quanto resisterò qui. Ma devo mandare i soldi ai miei figli che studiano ancora”.

Impressiona il livello di consapevolezza di queste nostre vicine che abbiamo sempre ignorato, pur lavorando nelle nostre case. Maria ha una sorella medico legale e ha appena avuto sue notizie: ha passato la notte a sorvegliare con altre persone il palazzo da dove Espreso tv trasmette in diretta le immagini di piazza Maidan: “sembrava che il regime volesse tagliare il segnale, così hanno presidiato la sede ma ora è su un camioncino che trasportando un ferito e un morto a Leopoli dove la situazione è migliore per noi”. I feriti più gravi vengono trasportati su auto e van addirittura negli ospedali polacchi. Anche Maria tornerà a Kiev appena avrà le ferie.

Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2014