“Tenetevi pronti per venerdì”: Matteo Renzi ai ragazzi dei suoi circoli fiorentini che vogliono accompagnarlo a Roma il giorno del voto di fiducia ha detto così. Niente di strano, se non che rivela un allungamento della crisi-sprint. Talmente sprint che è bastata la direzione Pd a sfiduciare Enrico Letta (e non il Parlamento). Talmente sprint che Napolitano ha iniziato le consultazioni ieri pomeriggio e conta di chiuderle stasera (senza il diretto interessato). L’incarico al segretario Pd dovrebbe arrivare già domani sera. O forse lunedì mattina. Poi, il giuramento magari mercoledì. E il voto del governo alle Camere potrebbe slittare verso fine settimana. Il segretario, per abbassare la tensione, non a caso se n’è andato a Firenze a fare un bagno di folla e a festeggiare le coppie con oltre 50 anni di matrimonio. Il velocizzatore, per una volta, ha deciso di valorizzare la durata, piuttosto che lo scatto da centometrista.

Lui, comunque, spera ancora nello scatto. Ce la sta mettendo tutta per chiudere il prima possibile la lista dei ministri (dovrebbero essere non più di 12): sa che prima lo fa, e meno si impantana nei ricatti incrociati. Perché poi la maggioranza non solo non si è allargata (ieri Laura Boldrini, la carta che il Pd stava utilizzando per cercare di spaccare Sel, portandola al governo, ha detto che si tratta di “voci deprecabili e infondate”), ma al momento è pure a rischio. Il segretario Pd rischia in Senato di avere l’appoggio di una serie di fuoriusciti di Forza Italia e di perdere conseguenzialmente quello di Ncd. Per questo, la costruzione del governo è più difficile del previsto. Ci hanno lavorato giovedì notte e venerdì mattina Lorenzo Guerini (che dovrebbe diventare vice segretario del Pd), Graziano Delrio (che sarà il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e Luca Lotti. Ieri pomeriggio Delrio ha preso un treno ed è andato a Firenze. Obiettivo, cercare di mettere a punto la lista. Le pratiche da esaminare sono tantissime. Per iniziare c’è la grana Ncd. Alfano minaccia abbandoni se non resta vice premier e non si tiene il ministero degli Interni. In realtà è difficile che possa financo entrare nel governo. Se si va al braccio di ferro, la forza è comunque sbilanciata a favore del premier in pectore. Maurizio Lupi sarà confermato a Trasporti e Infrastrutture. Gaetano Quagliariello ha puntato i piedi: vuole le Riforme. Difficile che la spunti, visto che Renzi l’ha tacciato di inutilità in tutte le sedi possibili (e che quel dicastero è per Maria Elena Boschi). Alla Sanità dovrebbe restare la Lorenzin (o un altro del partito). Se lo schema è questo gli Interni dovrebbero toccare a Dario Franceschini. Se è per l’Economia, nessuna delle soluzioni prospettate è arrivata alla blindatura finale: né Bini Smaghi (pare che Draghi non lo voglia), né la Reichlin. Esiste una carta coperta, sulla quale si sta lavorando. Tutto da verificare, però. Anche in questo caso serve il beneplacito di Napolitano. Le altre caselle sono un risiko in via di costruzione. Per il Lavoro si parla di Tito Boeri oppure di Piero Ichino. Piacerebbe tanto a Guglielmo Epifani, ma dovrà accontentarsi della presidenza del Pd. Ai Rapporti con il Parlamento dovrebbe andare Roberto Giachetti, magari come segretario. La minoranza Pd dovrebbe tenersi Andrea Orlando all’Ambiente (o più difficilmente alla Giustizia). Per lo Sviluppo Economico si parla di Andrea Guerra. Restano da capire gli effetti speciali, da Alessandro Baricco alla Cultura in poi. “Se non riusciamo a fare quello che dobbiamo fare tanto vale che ci inabissiamo nella crosta terrestre”, ammetteva ieri un renziano. Perché il difficile – appunto – comincia ora. “Entro due mesi provvedimenti shock”, annunciava ieri mattina Matteo Richetti, tra quelli che dal primo momento hanno lavorato per il Renzi 1.

Si parte dal jobs act. Obiettivi: abbassare il costo del lavoro (riducendo le tasse), estendere il reddito minimo garantito, riscrivere le regole. E poi, ridurre il costo dell’energia. E poi, riduzione del costo della politica, ma anche sburocratizzazione dello stato. Ci vogliono misure ad effetto, da qui alle europee. “Se riusciamo a cambiare l’Italia, allora tutti si dimenticheranno il modo in cui Renzi arriva a Palazzo Chigi. Se no, il peccato originale ci perseguiterà”, il ragionamento più frequente in queste ore. Di “peccato originale” del governo Renzi parlava ieri l’Osservatore romano: “Ciò che rimane, agli occhi degli italiani e degli osservatori oltre confine, è il consumarsi di un’ennesima crisi di Governo dalle motivazioni e dai rituali che sanno di stantio”. Giudizio forte che non fa ben sperare Renzi nell’appoggio delle gerarchie. Gli ostacoli si moltiplicano.

Da Il Fatto Quotidiano del 15 febbraio 2014