Non sarà un governo Renzi-Berlusconi, perché il Cavaliere è deciso a restare all’opposizione, per quanto “responsabile”. Ma se anche sarà un governo Renzi-Alfano, la sua nascita rischia di essere meno rapida del previsto. Il leader Ncd sta puntando i piedi: “Se l’ambizione è grande, – ha detto – non deve esserci fretta. Non vi sono le condizioni per chiudere un accordo di governo in 48 ore. In quatro e quattr’otto non ce la si può fare se si vogliono fare cose grandi”.

I tempi per un incarico a Matteo Renzi, dunque, sembrano allungarsi e la sua convocazione , che si dava per scontata al più tardi domani mattina, potrebbe invece slittare oltre. Quanto è azzardato dire. Prima, riferiscono diverse fonti, c’è da risolvere il braccio di ferro ingaggiato proprio da Ncd sul programma di legislatura. Alfano ha posto come condizione imprescindibile per appoggiare Renzi la scrittura di un patto programmatico stringente. “Si guarderanno anche le virgole”, è stato spiegato. La richiesta è di garanzie che il percorso delle riforme si porti a compimento nel suo complesso e che non ci si accontenti di una nuova legge elettorale. Non solo. Mentre si metterà mano all’architettura costituzionale del Paese, bisognera’ anche affrontare le emergenze economiche, ora che si intravvedono i primi segnali di ripresa. Dunque il modello resta quello della Germania, dove Cdu e Spd prima di sciogliere la riserva hanno messo nero su bianco un patto dettagliatissimo. Solo dopo, e’ stato assicurato, si parlera’ di ministri. Ma anche questo e’ un nodo di peso. Ncd punta a mantenere una delegazione di tre espontenti, a partire dallo stesso Alfano al ministero dell’Interno, fatto che risulta impossibile perché la compagine si allargherebbe oltre i 21 ministri che sono stati dell’Esecutivo Letta e Renzi ne vuole al massimo 16.

Dunque, nonostante il richiamo alla serenità di queste ore invocata da Napolitano al termine delle consultazioni, con il Pd che ha messo Renzi “a disposizione dell’Italia”, c’è da registrare un’altra grana, quella rappresentata da Civati. Che si è opposto al documento della direzione che ha costretto Enrico Letta alle dimissioni e ieri ha evocato la scissione (“Non è una battuta”) per arrivare, questa mattina, a minaccia di non votare la fiducia al governo Renzi. I suoi numeri contano 10 parlamentari alla Camera, ma soprattutto sei senatori a palazzo Madama. Numeri pesanti per un governo che nascerà, comunque, con una maggioranza davvero risicata anche se Civati cambierà idea. Felice Casson è con lui, ma la loro pattuglia potrebbe rivelarsi davvero destabilizzante, molto più di quanto lo sia realmente Alfano, che tira la corda per tenere i posti, ma nella realtà è terrorrizzato dall’idea di andare a votare con l’attuale proporzionale pure. Al momento, quindi, non c’è nulla di “sereno” sotto il cielo del Quirinale, dove Giorgio Napolitano aspetta segnali di chiarezza da parte di Renzi. Solo che, al momento, da Firenze tutto tace.