L’autobiografia di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street, scritta nel 1998, è diventata un bestseller mondiale, pubblicato in oltre quaranta Paesi e tradotto in diciotto lingue, fino a ispirare una pellicola cinematografica: ovvero il nuovo film di Martin Scorsese. Leonardo DiCaprio interpreta quel medio borghese del Queens, diventato un giovane protagonista del mondo della finanza negli anni ’90. Così abile a truffare da renderlo miliardario a soli 26 anni. Quei piccoli investitori ignari, ancora oggi, ne pagano le conseguenze. 

“Non c’è nobiltà nella povertà” diceva Belfort continuamente ai suoi collaboratori fin dal 1989, quando fondò la Stratton Oakmont, la sua agenzia di brokeraggio a Long Island, New York, diventata un call center per avviare alcuni investimenti illeciti. Così illeciti da costruirci sopra una vera e propria frode.

Approfittando dell’ingenuità e dell’ignoranza, riuscì a far investire molte persone in Borsa, e così alimentando il fatturato della sua società fino a 25 milioni di dollari a semestre. Montagne di denaro poi dilapidate in droga, sesso e viaggi extralusso.

Grazie ad un’attiva cooperazione con l’Fbi, alla fine degli anni ’90, Belfort fu condannato a soli 22 mesi di carcere per riciclaggio di denaro e frode. E oggi come mostra il film nel finale tiene seminari motivazionali, in cui condivide la propria esperienza, insegnando la strategia ‘Staight Line’: una tabella di marcia per concludere un buon affare finanziario; dal primo incontro alla chiusura del contratto. Per la polizia Belfort potrebbe vivere in California con la sua famiglia, mentre altri ipotizzano che sia in Australia per sfuggire alla giustizia e al pagamento di ingenti risarcimenti al governo Usa e alle 1.513 vittime dei suoi raggiri.

La dark comedy di Scorsese è diventata il bersaglio di una polemica, perché accusata di celebrare le gesta di Belfort quasi fosse un eroe. Le associazioni delle vittime del broker, negli ultimi giorni, si sono unite nella protesta, scrivendo ai giornali e partecipando a dibattiti televisivi per esprimere il loro disappunto verso il film che secondo loro, andrebbe boicottato. “Avete completamente ignorato le conseguenze delle sue azioni: ci sono famiglie distrutte, padri ammalati di dolore, risparmiatori che hanno perso il lavoro di una vita”.

Scorsese ha risposto alle varie accuse con un comunicato ufficiale, scrivendo: “C’è un tizio di cui vi fidate che vi ruba tutto quello che avete: se non si parla di queste cose, queste cose continueranno ad accadere”. Mentre DiCaprio, intervistato da Variety ha dichiarato: “Spero che nessuno pensi che abbiamo voluto schierarci con i personaggi, non li giustifichiamo affatto: il nostro è un atto di accusa”.

Ad alzare il vero polverone è stata Christina McDowell, la figlia di Tom Prousalis, uno dei soci di Belfort, che ha indirizzato all’attore e al regista una lettera aperta, apostrofandoli come “gente pericolosa e dannosa”. “Il film è l’ennesimo tentativo maldestro di rendere simpatico e divertente un mondo di banditi. Ed è ancora più grave farlo in questo momento in cui il Paese si sta riprendendo a fatica da altri inganni di Wall Street. Ma che modello culturale rappresentate? State dalla sua parte, consacrate l’ossessione paranoica per i soldi”.

Il debito di Belfort ammonterebbe a circa 120 milioni di dollari, anche se lui ha dichiarato pubblicamente dalla sua pagina Facebook, che il governo degli Stati Uniti si sta prendendo il 100% dei suoi profitti attuali, derivanti dalla vendita del libro e dai diritti del film. Secondo documenti ufficiali avrebbe guadagnato circa 1 milione di dollari, avrebbe versato soli 21.000 dollari. Il risentimento e la sete di giustizia delle numerose vittime appare comprensibile, ma la leggenda che “il cinema rende bello il male” può considerarsi tale. Come ritiene lo stesso procuratore Joel Cohen che inchiodò il Lupo di Wall Street: “L’arte ha il diritto di esprimersi e prendersi licenze, ma appunto deve essere chiaro che è tutta finzione.”