La storia di un’incredibile ascesa seguita da un’altrettanto rovinosa caduta, bruciando tutte le tappe a un ritmo impressionante. Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street è riuscito a coglierne l’essenza, senza l’intento di puntare il dito contro qualcuno o di porsi domande sulla crisi odierna, ma con il solo proposito di far immergere lo spettatore in un viaggio epico, senza pause, lungo più di tre ore, che volano non esitando un secondo.

C’è stato un periodo in cui a Wall Street non c’erano regole se non quelle del profitto incontrollato, sotto gli occhi di istituzioni ingiustificatamente distratte. È stato il periodo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, in cui a Manhattan, in quel reticolo di strade sinonimo per antonomasia dell’industria finanziaria statunitense, passavano fiumi di denaro, frutto di una “finanza creativa” talmente fragile da crollare di lì a pochi anni, in una crisi della quale tutt’ora accusiamo le ripercussioni. La Borsa era diventata l’emblema del nuovo sogno americano, soldi facili nel minor tempo possibile. Raggiungere la vetta era prerogativa di molti, in pochi ci riuscivano ma era doppiamente difficile rimanere in piedi giunti all’apice di questo sistema e Jordan Belfort interpretato dal candidato all’Oscar Leonardo DiCaprio ne è la perfetta incarnazione.

Giovane di modesta famiglia e dalle grandi prospettive, arriva a Wall Street entrando dalla porta di servizio e dopo una breve gavetta al seguito di Mark Hanna (interpretato da Matthew McConaughey che meriterebbe la statuetta per questo cameo) si prepara a divorare il mercato newyorkese, guadagnando i suoi “primi” 49 milioni di dollari a soli 26 anni. Una vita opulenta, barocca fino ai limiti dell’immaginabile, tra auto di lusso, ville da sogno e uno yacht di 50 metri, precedentemente appartenuto a Coco Chanel. Ma non è questo il punto, non è l’aspetto che ha colpito DiCaprio e Scorsese a tal punto da fargli opzionare i diritti del libro, scritto da Belfort stesso e al quale si ispira il film. L’ex broker, ora “motivatore” e scrittore di successo, racconta con estrema sincerità tutti gli eccessi a cui era arrivato, senza omettere nemmeno un particolare. Prostitute, spese folli e un mix di droghe che erano diventate il suo pane quotidiano, una sorta di prescrizione medica scritta di proprio pugno che prevedeva cocaina, morfina e abbondanti dosi di Quaalude, il sedativo dagli “stupefacenti” effetti collaterali. Un moderno Caligola, come lo stesso DiCaprio ha voluto definirlo, andando a pescare, tra gli imperatori romani, il più sregolato e folle, assassinato a soli 29 anni in preda agli squilibri mentali. Un gangster movie senza mitra e sparatorie, che nessuno avrebbe potuto dirigere meglio di Scorsese e che fa tornare alla mente Quei bravi ragazzi, un’altra pietra miliare nella cinematografia del cineasta. Questi “bravi ragazzi” però, navigano nell’oro senza uccidere nessuno, “rubano ai ricchi per dare a loro stessi” come scrisse Forbes, in un vortice di avidità e adrenalina.

La sintonia tra il regista e DiCaprio l’avevamo già percepita in Gangs Of New York, poi confermata in The Departed e Shutter Island, ma in questo caso i due sono arrivati a livelli di inaspettata perfezione. Il regista e mentore è riuscito a prendere il meglio dall’attore americano, spingendolo oltre i propri limiti, facendogli toccare con mano un livello di depravazione e follia al quale mai era arrivato prima e sempre seguendo i canoni della sua tipica vena ironica. Così DiCaprio aggiunge un’altra perla alla sua lista di personalissimi “villain”, nella quale ritroviamo a pieno titolo lo schiavista Calvin J. Candie di Django Unchained e il Jay Gatsby interpretato per Baz Luhrman, il protagonista del romanzo di Fitzgerald, paragonabile a Belfort per l’immensa ricchezza raggiunta sfruttando metodi poco ortodossi e seguita dall’inevitabile tracollo. Quest’anno l’Academy dovrà mettere da parte l’ostilità nei suoi confronti. Ad oggi, a dispetto di un curriculum impressionante per un attore di 38 anni, DiCaprio deve accontentarsi di tre misere candidature mai andate a buon fine, ma questa volta non premiarlo sarebbe impensabile, anche se McConaughey in Dallas Buyers Club potrebbe strappargli la statuetta.