“Il cinema è una malattia. Quando entra nel sangue prende il sopravvento, è come avere Jago nel cervello. E come per l’eroina l’unico antidoto a un film è un altro film”. A Martin Scorsese nel 1978 “Toro scatenato” il cinema salvò davvero la vita. Quarantanove chili, emorragie interne, ricoveri, ogni tipo di droghe sul comodino e l’insuccesso di “New York New York” come una mannaia sulla fulminante carriera, il grande regista italoamericano uscì da una tossicodipendenza compulsiva proprio con il successo cinematografico che fece vincere a Robert De Niro un premio Oscar. A vederlo oggi, Scorsese, con il sopracciglio imbiancato a dirigere un Di Caprio schiavo della pippata e delle pasticche in “The wolf of Wall Street” non sembra nemmeno uno di quelli che ad Hollywood “ce l’ha fatta” (vedi Robert Downey Jr o Macaulay Culkin), uno di quello che è sopravvissuto all’eroina, alla coca, alle pillole.

John Belushi qualche anno dopo, nel 1982, lasciò l’olimpo del cinema, proprio quando ne era diventato incontrastato re, per un’overdose di ‘speedball’, mix letale di eroina e cocaina iniettato in vena. Scenografia sullo sfondo l’hotel delle star, quello Chateau Marmont sul Sunset Boulevard di Hollywood, teatro di film come “Somewhere” di Sofia Coppola. Tragica coprotagonista la cantante Cathy Evelin Smith che ubriaca fradicia gli aveva fatto l’iniezione.

Un’altra potente overdose di eroina Persian Brown stroncò il 23enne River Phoenix, icona sexy e disperata del film “Belli e dannati”. La notte del 23 marzo 1993 al Viper Room di Los Angeles in compagnia, tra gli altri di Johnny Deep e Leonardo Di Caprio, Phoenix si iniettò la dose letale e morì pochi minuti dopo davanti al locale tra le braccia del fratello Joaquim.

Ancora overdose, questa volta un mix di ansiolitici, analgesici e sonniferi, si porta via nel 2008 nel suo appartamento di Soho a New York, l’attore australiano Heath Ledger, il Joker di Batman che, oltretutto, in un film come “Paradiso + Inferno” aveva perfino raccontato con un’interpretazione radicalmente realista la tossicodipendenza dall’eroina portata agli estremi.

Nomi celebri, facce note, firme di uno star system finite ad autoinfliggersi il male del mondo come un tossico qualunque sulla strada (si vedano a tal proposito i capolavori “Amore tossico” di Claudio Caligari – 1987 – o L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria – 1983, “Requiem for a dream” di Darren Aronofsky – 2000, piuttosto che i classici “Trainspotting” o “Christiane F”), perché il binomio Hollywood e stupefacenti è d’origine pressoché genetica e ha colpito anche il 46enne Philip Seymour Hoffman, trovato morto nella sua casa di New York con ancora la siringa nel braccio.

L’overdose di antidepressivi e calmanti che uccide Marylin Monroe il 5 agosto del 1962, nonostante le infinite insinuazioni mai provate di un omicidio su commissione, può essere vista come la punta di un iceberg di una pratica usuale nello showbiz statunitense. Cambiavano gli addendi, la tipologia di droghe per suicidarsi, ma il risultato è sempre lo stesso. Se nel 1955 “L’uomo dal braccio d’oro” di Otto Preminger, con un Frank Sinatra che ricade nella tossicodipendenza da morfina, non riceve il visto della Mpaa ancora imbevuta dai moralismi del codice Hayes, ecco che i nomi di George Sanders – overdose di barbiturci, 1972, Barcellona – o Alan Ladd – pasticche, 1964, Palm Springs – Judy Gardland – barbiturici, 1972, Londra – o della povera e dolcissima Jean Seberg – anche lei barbiturici a Parigi nel 1979 – spiegano cosa fosse quella miscela di popolarità e infelicità che non poteva persino essere cancellata sullo stesso grande schermo. Del resto il regista tedesco Rainer Werner Fassbinder – morto il 10 giugno 1982 per overdose di eroina – rimasto nella sua Germania a riscrivere la storia del cinema con altrettante star (Hanna Schygulla testimonia di come gli attori di Fassbinder spesso assumessero droghe anche durante le riprese, ndr) nel 1981 spiegò: “Non so se la droga abbia avuto un grande ruolo nella creatività artistica, ma un ruolo sicuramente sì”.