Caro Grillo,

il Web è, probabilmente, l’unica – e anche l’ultima [almeno nel breve periodo] – possibilità che il nostro Paese ha di liberarsi da un giogo mediatico che lo ha reso quello che oggi è: un Paese nel quale la televisione ed i giornali contano più del Parlamento e dei Tribunali e nel quale pochi – anzi pochissimi – decidono per tutti.

Sono anni che, in maniera scientifica e sistematica, governi e governucoli tentano di rallentare la digitalizzazione del Paese e di frenare la diffusione di Internet, consapevoli che quando la tv non sarà più lo strumento di indottrinamento [e talvolta di rimbecillimento] di massa che è stato per decenni, le dinamiche di affermazione e conservazione delle leadership politiche ed economiche si sgretoleranno inesorabilmente.

E sono, anche, anni che televisioni e giornali propongono della Rete, pressoché esclusivamente, il suo lato peggiore, ritraendola come un farwest popolato da pirati, briganti e pedofili, consapevoli che se sessanta milioni di cittadini italiani iniziassero a navigare online anziché stare seduti in poltrona davanti alla Tv o a leggere il giornale, il loro lavoro – che sia quello di fare informazione, cultura o intrattenimento – diverrebbe assai più difficile e solo i migliori resterebbero sul mercato.

Nel Paese del “tele-comando”, quando i tele-sudditi avranno in mano un mouse o saranno capaci di far correre le dita su un tablet a caccia di informazione libera e partecipazione, molto, se non tutto, sarà diverso.

Il Web è, almeno in potenza, uno spazio di libertà per le idee come per il mercato.

Il Web è il più straordinario mezzo di comunicazione di massa che l’umanità abbia mai avuto a disposizione ma, naturalmente, come tutti gli strumenti, non è ontologicamente né buono, né cattivo: tutto dipende da come viene usato.

In un Paese di analfabeti informatici e scettici digitali – non a caso ma anche e soprattutto per le ragioni suddette – come il nostro, tuttavia, il rischio che, quando si parla di Web, si confonda una parte con il tutto è sempre in agguato, dietro l’angolo.

Accade così che si dica googletax per dire webtax, che si scriva Facebook per dire socialnetwork o iTunes per indicare ogni negozio online di contenuti digitali.

Si offre, così, un’immagine distorta e non veritiera del Web, magistralmente cavalcata, quando occorre, dai media tradizionali per convincerci che, tutto sommato, l’osannata rivoluzione del Web non è nient’altro che un avvicendamento nelle leadership mediatiche, con l’aggravante che i nuovi “signori” dell’informazione e dell’intrattenimento globale, parlano inglese, pagano le tasse altrove e non creano posti di lavoro in Italia.

Un Web dipinto così ha, decisamente, poco appeal sociale, democratico ed economico.

Il punto è che la stessa sineddoche fuorviante si sta diffondendo, alla velocità della luce, a proposito del rapporto tra politica e Web.

Proprio come si identifica il Web con i brand di successo delle internet company che contano, allo stesso modo si associa la democrazia elettronica e la politica esercitata via internet con la storia e l’attività del Movimento Cinque stelle.

Si tratta di un processo in parte spontaneo da parte di un popolo che, sin qui, non aveva mai visto usare davvero il Web come spazio e strumento politico ed in parte alimentato, ad arte, da tutti quelli che se si tornasse a fare politica solo sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi, potrebbero contare, se non sull’immortalità politica, almeno su una vita ancora lunga e piena di poltrone.

Non è, naturalmente, una colpa del Movimento Cinque Stelle e, anzi, è semmai, uno straordinario merito ma, ad un tempo, è – o almeno dovrebbe essere – una ragione di straordinaria responsabilizzazione di chi, nel movimento, ha la leadership.

E’ per questo, caro Grillo, che trovo di inaudita gravità l’utilizzo del Web per forme di gratuita istigazione alla violenza – che non hanno nulla a che vedere né con la politica, né con la democrazia, né con la satira – come quella mandata in Rete ieri, invitando un popolo di “web-sudditi”, legittimamente inferocito contro un certo modo di amministrare la cosa pubblica, a dar sfogo alle più primitive ed ignoranti pulsioni offensive e sessiste contro una delle più alte cariche dello Stato.

“Cosa fareste soli in macchina con Laura?” – con chiaro riferimento a Laura Boldrini, [ndr mi si segnala che le parole utilizzate da Grillo sono state: “Cosa succederebbe se trovassi la Boldrini in macchina?”. Non mi sembra cambi il senso ma chiedo scusa per la svista] Presidente della Camera dei Deputati – era, e non può essere sfuggito ai guru della comunicazione nella cabina di regia del Movimento, una evidente domanda retorica alla quale non potevano che darsi risposte imbecilli e offensive prive di qualsivoglia contenuto e significato politico.

E’ una vicenda drammaticamente preoccupante perché oggi e poi domani e poi ancora nei giorni e nelle settimane che verranno, il Web verrà di nuovo raccontato sui giornali e nella televisione come teatro di inaccettabili violenze verbali e si tornerà a proporne una più rigorosa disciplina e regolamentazione capace di prevenire certi abusi.

Le colpe di pochi – che pure hanno il merito di aver acceso i riflettori sul Web anche come strumento di partecipazione democratica – ricadranno su tutti o, almeno, sui tanti che, da anni usano il Web per “fare politica” e sognano il giorno nel quale, anche in Italia, attraverso la Rete, si potranno riaffermare in maniera integrale gli straordinari principi scritti nella nostra Costituzione.

Il Movimento Cinque Stelle poteva essere uno straordinario laboratorio di esperimenti di democrazia elettronica ma chi ne tiene in mano il mouse – e non certo le centinaia di rappresentanti e attivisti che ci hanno creduto ed investito tempo e passione – lo sta, purtroppo, trasformando solo in una nuova Tv, superficiale, violenta e, soprattutto, unidirezionale proprio come la vecchia – ma sempre di moda – televisione commerciale.

Sarebbe un disastro, anzi sarebbe una tragedia democratica se gli italiani si convincessero che fare politica attraverso il Web e partecipare online al governo della cosa pubblica significhi necessariamente usare la Rete per istigare a violenza gratuita o per cercare di inculcare un pensiero unico.

Quanto accaduto ieri non c’entra nulla con la libertà di manifestazione del pensiero online e, a ben vedere, non c’entra nulla neppure con il Web nel quale in tanti crediamo ed abbiamo scommesso.

Questa volta #iostoconlaura ma, soprattutto, #iostoconilweb perché il Web è un’altra cosa e, per fortuna, il tuo movimento ne rappresenta solo una porzione infinitesimale.