Matteo Renzi (detto “Matteo” presso le migliori fonti giornalistiche) domina le televisioni con due sole inquadrature. In una sta camminando in fretta, seguito da un gruppo, si muove sempre da destra verso sinistra, evita con giovialità sportiva i microfoni, stringendo mani a volo o dando “il cinque”, e in un attimo è di spalle, ma voltandosi indietro lascia una traccia di cordialità. La seconda inquadratura è frontale, Renzi è in camicia bianca, un po ’ sbottonata, è su un podio e dice con bravura poche frasi, di solito tre, un impegno, una denuncia, una minaccia.

L’impressione che finalmente sia arrivato il leader a colmare il vuoto è forte e diffusa. È di qui e da lui che deve cominciare il confronto con “gli dei” ovvero i gradi capi popolo, a cui due indiscutibili esperti, Giuseppe De Rita e Antonio Galdo hanno dedicato il libro “Il popolo e gli dei. Così la grande crisi ha separato gli italiani” (Editore Laterza). Il caso è interessante in due modi, perché lo è il libro e perché lo è Matteo Renzi. Sostiene De Rita che veniamo da un mondo (finito) in cui c’erano leader “capaci di trasformare le crisi in un punto di svolta”. Sostiene Galdo che diversi strati di élite tecnocratiche si sono alternate come classe dirigente di un Paese che è passato, con grande successo, dalla distruzione al benessere. +

Seguendo il percorso De Rita–Galdo ci troviamo ad attraversare epoche in cui l’Italia si serve del valore professionale di personaggi (una prima e una seconda élite) che sanno, ascoltano, guidano, disegnando grandi progetti che affidano ai politici, mantenendosi separati e autonomi. Finché, a un certo punto, ci troviamo di fronte al fallimento della “terza élite” (gli autori citano Monti) che è lontana dal popolo, addossata alla politica (diventando addirittura partito), cieca come i partiti e incapace di guidare. Crolla così il capitale umano della fiducia. La descrizione mi sembra accurata ma vedo dei vuoti. Il primo è la fine della guerra fredda. Il crollo del muro ha indotto a pensare che ormai la politica si fa dentro la politica, ritirando, con rapidità più o meno istintiva, quei “legami col popolo” che De Rita e Gualdo vedevano giustamente come carattere e come garanzia della prima élite (Cuccia, Mattioli) e della seconda élite (Ciampi).

Si è diffusa la persuasione che politica è dirigere senza rendere conto. È in questa ansa del fiume che si collocano prima il craxismo e poi il berlusconismo, dove l’intera logica di politica e di governo è dentro il club, ed è del tutto “separata dal popolo” ovvero dai cittadini, dalla gente. Niente, allora, può tenere a bada il berlusconismo che incarna esattamente lo spirito del tempo: la politica spetta ai politici che hanno diritto di incassarne i proventi. Conviene agli oppositori ignorare problemi enormi come il conflitto di interessi (per non parlare di reati minori come la compravendita di giudici e senatori). Conviene a Berlusconi fare spazio (almeno col silenzio) agli interessi dei colleghi rivali. Per durare così a lungo, al mondo moderno e post comunista di Berlusconi non basta la cooperazione di chi è fin troppo felice di non essere più comunista. Ha bisogno di una forte dose di ipnosi, una ipnosi simile alla religione, che ha sostenuto e salvato i peggiori governi della Chiesa.

Berlusconi aveva, e ha usato, la ricchezza come fede (se sono ricco io potete anzi dovete esserlo voi) e la televisione come rito. Chissà quanto ancora sarebbe rimasta aperta questa chiesa, senza la scossa brutale dell’Europa e del resto dell’Economia occidentale, dal momento che in Italia non c’era (e, come si è detto, non poteva esserci) opposizione. Arriva Monti. E Monti (terzo strato di élite) ha fallito non perché non ha retto al confronto con la statura dei Cuccia, dei Mattioli e dei Ciampi che lo hanno preceduto. Ha fallito perché è arrivato in una landa desolata priva del tutto di legami e fiducia fra classe dirigente e popolo. Per questa ragione ogni suo atto riparatore è sembrato estraneo, lontano, pura punizione.

Poi arrivano Letta e Renzi. E subito ci accorgiamo che ogni dettaglio della loro vita pubblica riguarda la vita pubblica, riguarda la politica che coincide con la loro vita quotidiana e il loro personale destino, riguarda l’altro in quanto competitor, riguarda i partiti in quanto contenitori delle formule ed espedienti con cui si vince o si perde. Non riguarda mai ansie e paure di tutti. Non riguarda mai le fabbriche che chiudono o che partono, persino se sono fabbriche fondamentali per il Paese. Non si rivolge mai alla gente che vota. Avere fede in questi nuovi leader e aspettarsi da loro il cambiamento (che non sia un cambiamento organizzativo, personale e interno al contenitore partito) è come andare in gita al grande reattore nucleare in cui hanno scoperto il bosone di Higgs per dire la tua. Sai che è roba grossa, ma non c’entri niente.

E persino quando irrompono in scena i Cinque stelle, la gelida solitudine si conferma e si ripete. Grillo, gridando e sgridando, occupa da solo tutto lo spazio, come Berlusconi, come Renzi. Parla solo lui, partendo da se stesso e arrivando a se stesso. Ognuno dei nuovi leader del terzo strato di élite ha come grido di guerra “Tutti a casa”, intendendo tutti meno chi parla, e un gruppo di stretti, obbedienti discepoli. Vince colui che spande paura su quello che potrà accadere alla casa, alla fabbrica, al Paese, se non gli obbedisci. Ora che Renzi appare all’improvviso come un probabile vincitore, dobbiamo chiederci: qual è la differenza fra De Gasperi e Renzi? È che qui, adesso, tutto è aziendale. Si svolge esclusivamente all’interno e nell’interesse di strane aziende dette partiti, che comunicano solo tra loro (un partito con l’altro) e fra dirigenti. In queste aziende-partito Stato e cittadini sono chiamati a investire tutto. Ma non sanno se ci saranno mai dividendi. Onestamente non li hanno neppure promessi. Tutto qui ciò che possono fare per noi i nuovi dei? Tutto qui.

Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2014