La bianca astronave di Star Trek, atterrata chissà perché davanti alla casa del Grande Puffo, è già segnata dal tempo. Sono bastati pochi mesi per annerire il colore candido della navicella sospesa in cui si riunisce il consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Cividale. Solo colpa della pioggia, così abbondante in questo estremo lembo del nord-est italiano, o anche dei conti malmessi e della brutta storia giudiziaria che si è abbattuta sui vertici della banca?

La casa del Grande Puffo è la sede, nuova di zecca, della Popolare di Cividale, un istituto di credito “legato al territorio” (come si usa dire) che è riuscito a rimanere fuori dallo shopping dei grandi gruppi e che fino a qualche anno fa era considerato un gioiellino. Ora rischia di diventare il Montepaschi del Friuli Venezia Giulia. Il suo padre-padrone è Lorenzo Pelizzo, da 40 anni presidente della banca. Il mondo è cambiato, sono caduti il Muro, la frontiera con l’Est, la Prima Repubblica e forse anche la Seconda, ma lui è restato saldamente alla guida del suo istituto, vera macchina del consenso locale. Pelizzo ha visto passare la vecchia Dc, la Lega, il berlusconismo, il centrosinistra di Riccardo Illy, il centrodestra di Renzo Tondo, fino all’arrivo di Debora Serracchiani. Lui, fisso. Più longevo di Fidel Castro e di Kim Il Sung.

Sperava di concludere in bellezza, edificando il mausoleo, o la piramide, che lo avrebbe reso immortale: la nuova sede della banca, con attorno “Cividale 3”, una cittadella fatta di case, uffici, grande centro commerciale. Il risultato: uno strano edificio dall’architettura bizzarra (la casa del Grande Puffo) con annessa navicella spaziale sospesa sopra l’ingresso, per le riunioni del cda. Attorno, la Coop e un centro commerciale. Il tutto a pochi passi dal borgo medioevale, cuore della Cividale antica capitale patriarcale e longobarda.

Ma proprio nel momento in cui Pelizzo sperava di aver raggiunto l’apice del suo successo, l’incanto si è rotto. Anche qui il “groviglio armonioso” si è irrimediabilmente intricato. Un’indagine giudiziaria ha scoperchiato la gestione allegra della banca e le irregolarità nella costruzione della nuova sede. E i conti vanno male (malgrado le veline della stampa locale). L’ultima semestrale, dopo una lunga ispezione di Bankitalia, segnala perdite per oltre 32 milioni di euro, crediti in sofferenza per 137 milioni, rettifiche di valore nette per deterioramento crediti e altre attività pari a quasi 90 milioni. “Abbiamo concentrato in sei mesi cinque anni di crisi”, spiega Pelizzo (ma come mai, allora, i bilanci precedenti erano invece così floridi e tranquillizzanti?).

Nell’assemblea straordinaria dell’8 dicembre è stata decisa una semplificazione societaria: la riunificazione della holding di controllo (Banca di Cividale scpa) con la società operativa (Banca di Cividale spa); e l’incorporazione della controllata Nordest Banca. “Finalmente si fa oggi quello che si doveva fare oltre nove anni fa”, ha detto in assemblea il notaio Pigi Comelli, grande oppositore del presidente. “Si sono sprecate risorse, e siete proprio voi che oggi lo confermate, per 4,5 milioni di euro l’anno. Per un totale di circa 58 milioni, a cui si aggiungono i 30 milioni della Nordest Banca. Ora restiamo in attesa dell’assemblea del 25 aprile, quando dovremo approvare il bilancio e quando conosceremo le eventuali sanzioni che ci saranno comminate dalla Banca d’Italia. Intanto noi azionisti ci troviamo con in mano titoli della banca oggi difficilmente scambiabili ai prezzi fissati dall’ultima assemblea”.

La batosta finale è arrivata dalla Procura di Udine. Con un avviso di fine indagini firmato dal procuratore aggiunto Raffaele Tito (per un periodo pm a Milano durante Mani Pulite). L’eterno presidente Pelizzo è accusato di infedeltà patrimoniale e di estorsione ai danni di un imprenditore, Franco Pirelli Marti. Pelizzo nell’aprile 2005 ha fatto approvare dal cda una delibera che concedeva all’imprenditore una disponibilità di finanziamento di 18 milioni di euro. Sei mesi dopo gli erogava 8 milioni e autorizzava uno scoperto di conto corrente di 7 milioni. In cambio – secondo l’accusa – pretendeva “mediante ripetute minacce” che Pirelli Marti comprasse un immobile intestato alla moglie, Franca Pelizzo: una casa che l’imprenditore non solo non aveva alcuna intenzione di acquistare, ma che gli è stata imposta “a un prezzo assolutamente esagerato” (280 mila euro, almeno 150 mila in più del suo valore). Oltre a ciò, Pelizzo ha preteso un ulteriore esborso di 30 milioni per i mobili “di assai difficile collocamento sul mercato”.

Sotto accusa anche il direttore generale della Popolare di Cividale, Luciano Di Bernardo, che secondo il pm Tito era letteralmente “a libro paga” degli imprenditori Pirelli Marti e Gianni Moro. Ha fatto arrivare ai due un fiume di finanziamenti, procurando alla banca un danno di almeno 21 milioni di euro. In cambio, ha ricevuto negli anni più di 1 milione e un’auto utilizzata da sua moglie, Bruna. Alla fine, Di Bernardo è diventato miracolosamente proprietario di due immobili di Pirelli Marti a Lignano.

Non solo. Pelizzo e Di Bernardo hanno anche nascosto ai soci e a Bankitalia – secondo l’accusa – la loro gestione disastrosa e clientelare di alcune operazioni, per esempio facendo comprare da Pirelli Marti una società (la Neb Gestioni) gravata da pesanti debiti. Hanno cercato così di mettere sotto il tappeto perdite e incagli. In cambio, hanno dato a Pirelli Marti altri 2,4 milioni: soldi della banca, naturalmente. Poi ci sono i magheggi sulla costruzione della sede stile StarTrek: quattro gravi irregolarità milionarie con cui è stata favorita la società Steda spa di Daniele Lago. Quando poi, nel 2012, Pirelli Marti viene coinvolto in un crac e finisce davanti al magistrato, Pelizzo e Di Bernardo si danno da fare per inquinare l’inchiesta, cercando di tappare la bocca all’imprenditore: lo inducono “a non rispondere e comunque a rendere dichiarazioni mendaci, specie con riferimento alle loro condotte infedeli verso la banca”. In cambio del silenzio, fanno arrivare a Pirelli Marti altri 170 mila euro, pagati da Daniele Lago, che aveva un debito di riconoscenza nei confronti del duo della Popolare di Cividale, per via della sede Star Trek. Finale triste, per la quarantennale saga di Pelizzo, che in questi chiari di luna non ha neppure osato fare la festa d’inaugurazione della sede che doveva celebrare la sua memoria imperitura.

Dal Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2014