Bocciato da Roma, promosso da Bruxelles. Il Jobs Act di Renzi, a poche ore dalla sua pubblicazione, incassa la diffidenza del governo Letta. “La proposta di Renzi sulla natura dei contratti e le tutele ad essi collegati non è nuova, ma va dettagliata meglio“, è il commento del ministro del Lavoro Enrico Giovannini. A preoccupare l’esecutivo, in particolare, è la mancanza di risorse: se Giovannini parla di “investimenti consistenti”, il titolare dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato spiega che “c’è il problema della copertura“. Al contrario, il commissario Ue per il Lavoro, Laszlo Andor, parla di idee che rappresentano “un nuovo programma” e sembrano “andare nella direzione auspicata dall’Ue in questi anni”. E anche i sindacati sembrano aprire al progetto del segretario Pd. La Cisl si dice convinta dalla proposta del sindaco di Firenze, mentre la Cgil ci va più cauta: “Ci saremmo aspettati una maggiore ambizione, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro del dibattito politico”. Un dibattito che i Cinque Stelle vogliano si sposti in Parlamento. “Renzi e Letta giocano d’azzardo sulla pelle degli italiani”, ha attaccato il capogruppo M5S alla Camera Federico D’Incà. “Basta con gli annunci televisivi e le bufale, vengano a discutere le proposte in Aula.

Ma al di là del luogo della discussione, rimane il problema più urgente: dove trovare la copertura finanziaria. “Molte delle proposte presentate dal segretario Pd in questa lista prevedono investimenti consistenti“, ha spiegato il ministro Giovannini. Che ha proseguito spiegando come “noi adesso abbiamo ogni trimestre circa 400mila assunzioni a tempo indeterminato e circa 1 milione e 600mila a tempo determinato. Allora riuscire a trasformare contratti precari in contratti di più lunga durata è un obiettivo assolutamente condivisibile, che però in un momento di grande incertezza come questo molte imprese siano disponibili ad andare in questa direzione è un fatto fa verificare“.

“Nel passato – ha concluso il ministro in un intervento a Radio 1 – vi sono state due proposte contrapposte: una dei professori Boeri e Garibaldi nella quale l’azienda può più facilmente interrompere un rapporto di lavoro all’inizio attraverso un indennizzo monetario, per poi invece con il passare degli anni lavorati tornare per il lavoratore a una situazione standard, quella protetta dall’articolo 18; una proposta invece del professore Ichino in cui l’articolo 18 entra in campo solo dopo molti anni. Quindi bisogna capire di cosa si sta parlando“.

Sulla stessa linea il collega titolare dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. “I punti che il segretario del Pd Matteo Renzi ha presentato nel Jobs Act sono condivisibili, ma c’è il problema delle coperture“, ha commentato il ministro.”I punti sono tutti sollevati in modo corretto, ma bisogna risolvere un problema non banale che è quello delle coperture. Sulle idee del da farsi c’è sintonia, ma, ad esempio, per ridurre del 10% il costo dell’energia bisogna trovare 4,2 miliardi“, ha spiegato.

E se i ministri ci vanno con i piedi di piombo, Laszlo Andor non nasconde la sua soddisfazione. Secondo il commissario, in Italia bisogna ”rendere il mercato del lavoro più dinamico ed inclusivo, affrontando i temi delicati della disoccupazione giovanile e dell’occupazione delle donne”. Tra le questioni che incidono di più sulla situazione italiana il commissario Ue sottolinea: “L’eccessiva segmentazione del mercato del lavoro”, “il gap generazionale tra le persone colpite dalla disoccupazione”. Quindi Andor ribadisce come il Job Act “stia andando nella direzione sostenuta dall’Ue nell’ultimo periodo” anche se “aspettiamo i dettagli”.

Nel dibattito si inseriscono anche i sindacati. Una prima apertura arriva da Raffaele Bonanni, segretario della Cisl. “Siamo tendenzialmente favorevoli perché l’idea di dare forza ad un solo contratto eliminando tutti i contratti civetta, tipo le false partite Iva che servono solo a pagare meno i giovani, ci convince“, dice. “Certo dobbiamo parlarne ancora molto tra di noi ma tendenzialmente lo vediamo con molto favore”, ribadisce avvertendo però che non bastano le sole regole a sbloccare il mercato del lavoro, serve invece “una buona economia”. “La classe dirigente parla di occupazione ma l’unico sforzo che ha fatto è regolare solo le norme senza preoccuparsi di favorire gli investimenti. E questo produce un corto circuito pericoloso. Senza rimuovere gli ostacoli per attrarrre investimenti non avremo nessun lavoro”, ha spiegato ancora. 

Nel dibattito si inserisce anche il segretario della Cgil Susanna Camusso, che ha iniziato a vedere le proposte “del cosiddetto job act: avremmo sperato in una maggior ambizione, a partire ad esempio dalla creazione del lavoro o dalle risorse, penso alla patrimoniale, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro”. In particolare, la leader sindacale considera una novità importante “che si dica esplicitamente che bisogna ridurre le forme del lavoro“. E ha sottolineato: “Finora lo dicevamo solamente noi. Credo che questa sia materia sulla quale si potrà sicuramente discutere”.

Anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, si dice pronto a discutere, persino con lo stesso Renzi. “Non escludo incontri con lui così come abbiamo fatto con i precedenti segretari del Pd e di tutti i partiti”, ha spiegato il sindacalista. “Quello che condivido è che oggi bisogna rimettere al centro il lavoro e che ci sono tante cose da cambiare in questo Paese”. E ha sottolineato “il bisogno di un piano lavoro, di riprendere gli investimenti, di tassare i patrimoni e la rendita, di estendere gli ammortizzatori sociali a chi non ce l’ha”, ma ha voluto mettere sul tavolo “il tema dei contratti di solidarietà e della riduzione degli orari di lavoro”.