La storia della casa acquistata “a sua insaputa” era diventata una barzelletta, ma aveva costretto l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola a lasciare il Viminale nel maggio del 2010 e obbligato Silvio Berlusconi a prendere l’interim. Ora i pm della procura di Roma hanno chiesto una condanna a tre anni di reclusione per l’ex esponente di Forza Italia e Pdl accusato di finanziamento illecito in relazione all’acquisto di un appartamento vicino al Colosseo. Gli inquirenti hanno chiesto, inoltre, il pagamento di una multa da due milioni di euro. Il politico si era difeso, aveva detto di non sapere e di non ricordare fino a quando poi a indagini chiuse aveva presentato una memoria difensiva dove l’ormai celebre difesa “a mia insaputa” era scomparsa. 

Stessa condanna è stata chiesta per l’imprenditore Diego Anemone. Per l’accusa Anemone, personaggio chiave dell’inchiesta nata a Perugia sul G8 e di cui quella sulla casa di Scajola rappresenta un filone giunto per competenza a Roma, avrebbe pagato, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata dall’ex ministro dell’Interno (1,1 su 1,7 milioni di euro) per l’acquisto e avrebbe poi dato centomila euro per la ristrutturazione. Per lo strano caso della casa acquistata a prezzi fuori mercato per la capitale Scajola era stato poi rinviato a giudizio nel dicembre del 2011

Durante un’udienza dello scorso settembre l’ex parlamentare aveva dichiarato di non abitare più lì: “Sto provando a venderla ma chi si avvicina e capisce di che casa si tratta scappa via. Spero di riuscirci dopo il processo”. L’ex esponente di Fi aveva ammesso che quell’appartamento è stato invano messo sul mercato dopo l’acquisto avvenuto nel luglio 2004.

Durante l’interrogatorio l’ex responsabile del Viminale aveva sostenuto che se fosse “stato a conoscenza di ogni passaggio di questa vicenda non sarei qua oggi. Se fossi stato un farabutto mi sarei comportato in modo diverso. Qualche giornalista ha detto che forse è stato tutto fatto per la ricerca di una mia benevolenza. Non lo so, non faccio esercizi di fantasia”. Ma aveva ammesso che “nei confronti di Balducci ed Anemone avevo riconoscenza perché mi avevano aiutato a risolvere un problema”. Il problema risolto era appunto la casa nel cuore di Roma per la quale Scajola spese 700 mila euro, cifra davvero di favore rispetto ai prezzi di mercato della zona. Per la Procura, ma anche per qualsiasi agente immobiliare, infatti l’appartamento valeva almeno un milione in più.

“La richiesta dell’accusa è pesante e in contrasto con quanto emerso durante tutto il dibattimento – dichiara Claudio Scajola – L’avvocato Elisabetta Busuito, nella sua arringa, ha dimostrato puntualmente l’insussistenza dei fatti che mi sono stati contestati e il 27 prossimo l’avvocato Giorgio Perroni svolgerà la sua discussione. Mi sono fatto da parte per quasi 4 anni in attesa di chiarezza da parte della magistratura, di cui ho piena fiducia. Attendo quindi con serenità la sentenza del 31 gennaio”. 

“È assolutamente incredibile la tesi della difesa secondo cui Scajola non si è reso conto che qualcuno al suo posto versasse una somma così enorme (1 milione e 100 mila euro)” hanno affermato i pm Ilaria Calò e Roberto Felici, nel corso della requisitoria. I pm hanno definito questa una vicenda “gravissima” per “l’entità del dolo” e perché “rientra in un esteso sistema corruttivo” portato avanti da Anenome “andato avanti dal 1999 al 2010. Un lasso di tempo nel quale l’imprenditore ha ottenuto appalti per oltre 300 milioni infiltrando con il suo gruppo le istituzioni ai più alti livelli”. Secondo i magistrati “l’acquisto e la ristrutturazione della casa di Scajola non è un fatto isolato ma rappresenta uno dei tanti episodi di patente corruzione a cui occorreva dare una veste politica“. Per i rappresentanti dell’accusa, infine, le “ragioni di questa elargizione, di cui ha beneficiato Scajola, era diretto al perseguimento da parte di Anemone di un arricchimento economico privato e personale”.