Un marinaio deve abbandonare in Atlantico, a 300 miglia dalla Guadalupe, la sua barca di 6 metri e mezzo, mentre naviga in solitario. Lo salva una barca, arriva a terra e comincia a cercare la sua Jolie Rouge, piccolo guscio indifeso, in balia di onde, correnti e scogli. Il giorno di Natale la ritrova, un po’ ammaccata, ma sana e salva, sul reef dell’isola caraibica di Barbuda. No, non è la trama di un film o di un bestseller di Bjorn Larrson. E’ la storia vera di Federico Fornaro, skipper romano iscritto alla regata Mini Transat, rientrato da pochi giorni in Italia dopo aver vissuto un’ incredibile avventura nell’avventura.

E’ l’11 dicembre, quando dalla barca a vela che l’ha salvato, Federico scrive “quello che potrebbe chiamarsi Epilogo, la chiusura di un libro mai scritto, la fine di un’avventura. Non taglierò la linea d’arrivo con la mia Jolie Rouge, ma a bordo di una rescue boat che mi ha soccorso ieri, salvando me e segnando il destino della mia barca: l’abbandono alla deriva nell’Atlantico”. Dopo 30 giorni di mare, a poche miglia dal traguardo, un’avaria danneggia i timoni e il navigatore romano è costretto a chiamare i soccorsi. “Ho sentito la barra bloccarsi, la pala del timone di sinistra ha spaccato le guance d’acciaio che la saldano allo specchio di poppa, la pala sbatte rischiando di aprire una falla nello scafo”.

Federico smonta la pala danneggiata e continua a navigare con un timone solo, sperando di non sforzare troppo l’altra pala. “Speranza inutile, la pala di destra non riesce a reggere da sola e anche questa all’inizio della notte spacca le guance d’acciaio in un modo tale che toglie ogni speranza a qualunque tentativo di riparazione. Comincia la giostra, la barca gira impazzita su se stessa”. Lotta Federico, fa tutto ciò che il suo intuito, la sua esperienza e l’adrenalina del momento gli suggeriscono. Inutilmente. “Sono ormai inerme, non bestemmio nemmeno più perché non posso più trasformare la mia rabbia in azione, non posso più combattere”. Arrivano i soccorsi e Federico vede “Jolie allontanarsi rabbiosa. Ti ho abbandonato compagna mia, Ti ho sacrificato perché io possa salvarmi… guardo ancora la Jolie rollare tra le onde e mi si apre una ferita al cuore che so già che non potrò mai risanare”.

Un solitario, dicono, non è mai tale: la sua barca è la sua compagna di viaggio, ha un’anima e una voce, invisibili agli occhi degli altri. E allora abbandonarla in mezzo al mare è come lasciare un amico affogare fra le onde. “Lo vuoi chiamare Destino? Malasorte? Sfiga? O è semplicemente la legge del Mare? Unico Dio sordo tanto alle preghiere quanto alle bestemmie, Unico Dio che non ti permette di affidarti alle sue grazie o alla sua misericordia, e che ti costringe a contare solo sulle tue forze rendendoti unico responsabile della tua sorte. Ma è cosi, miglio dopo miglio, giorno dopo giorno, attraverso burrasche, depressioni, bonacce, che l’Oceano ti spoglia delle vesti comuni da uomo e forgia l’ anima di un marinaio. Un marinaio che da solo deve superare l’angoscia per aver perso la propria barca e lo farà come ha fatto fin all’ultimo in questi giorni di oceano: tramutando angoscia in ira, l’ira in reazione, la reazione in forza, la forza in azione, l’azione in miglia, miglia e ancora miglia, puntando ad Ovest e guardando oltre l’arrivo, oltre la Guadalupe, verso un altro orizzonte fatto ancora di mare”.

Gli occhi di Federico, all’arrivo in Guadalupe, esprimono una stanca e profonda tristezza. Ma in fondo a quell’angoscia, si scorge un luccichio, una piccola speranza: ritrovare Jolie Rouge e salvarla dal destino crudele di trovare il riposo eterno in fondo all’oceano o fra le grinfie di scogli appuntiti. E come nelle favole, il giorno di Natale arriva il lieto fine: “La Jolie Rouge e’ salva!” grida Federico da una mail ai tanti amici che l’hanno seguito in tutti questi giorni. “Il recupero è stato rocambolesco, un’avventura nel mare del Caribe. Quando ho dovuto abbandonare la barca a 300 miglia dalle Antille, ho lasciato la balise satellitare in funzione, questa ha continuato a emettere un segnale gps e così ogni giorno ricevevo le coordinate della barca alla deriva”. Comincia allora una vera caccia al tesoro: “La barca spinta da venti di Est-Sud-Est avanzava alla velocità di un nodo con una rotta che portava sopra le Antille. Sono andato sull’isola di Saint Martin che trovandosi a Nord sembrava essere il punto di partenza migliore per cominciare le ricerche”.

Pazzia? Tenacia? Romanticismo? Forse un po’ tutto guidava Federico. “Il vento sale a 30 nodi formando un bel mare. Ho difficoltà a trovare barche disposte a partire per quella che sarebbe una bolina parecchio impegnativa. Poi mi ricordo di Manu’, un marinaio bretone che fa su e giù per l’Atlantico evitando il più possibile la terraferma e lui si offre di partire”. Ed ecco che questo deus ex machina dalla pelle riarsa dal sole e dal sale rimonta il morale di Federico, che insieme con altri “due grandi marinai in cerca di avventure”, parte alla ricerca della piccola barca a vela. “Ormai è una gara contro il tempo, la barca potrebbe o essere intercettata da qualche pescatore locale o peggio sfracellarsi sui reef di Barbuda”. Dopo una notte di navigazione, all’alba, il primo balzo al cuore: “Vicini alla costa nord orientale dell’isola vediamo un albero senza vele apparire e scomparire sulle onde che vanno ad infrangersi sui reef. La Jolie sembra essersi fermata appena prima dei frangenti”.

Ma è troppo pericoloso avvicinarsi con la barca di Manù, bisogna trovare dei pescatori che lo accompagnino. “Scesi a terra troviamo un villaggio di una manciata di case basse, un baretto e l’ufficio immigrazione dove siamo costretti ad recarci per compilare pile di fogli bollati. Del funzionario addetto ai timbri però non c’è traccia, lo raccattiamo mezzo ubriaco con un cappello da babbo natale al bancone del bar”. Potrebbe far sorridere la scena, se non fosse tragica. “Un gruppetto di pescatori locali accetta di portarci fuori con la loro lancia a motore, ma non prima di mettere benzina, che vuol dire perdere altre ore per andare a riempire le taniche dall’altra parte dell’isola”. Si fila veloci sull’acqua cristallina, finché “avvistiamo prima l’albero, fermo in posizione obliqua, poi la barca sdraiata su un fianco sui reef. Come se non bastasse, altri uomini su un barchino provano a trascinarsi via Jolie. Tra urla e imprecazioni salto su Jolie e mollo le loro cime, sono in minoranza e desistono velocemente, ma i veri sciacalli sono arrivati ancor prima di loro e hanno avuto il tempo di rubare il generatore, il gps, attrezzatura varia e addirittura il cibo liofilizzato avanzato dalla traversata”. La barca presenta piccole fratture, ma “ha la scorza dura” e viene portata a Saint Martin e tirata in secca. E’ salva. “Ora posso tornare a Roma, contento di essere riuscito a cambiare il finale di questa storia. Ma è poi questa veramente una fine?”.