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Figc, l’altra faccia del caso Malagò: la grottesca vicenda della tessera è una resa dei conti politica | Il commento

Un cavillo può portare la Federcalcio al commissariamento, come auspica la maggioranza di governo, pronta a mettere le mani anche sul pallone. Nel frattempo la rinascita del movimento è in stallo e l'Italia rischia di giocarsi anche Euro 2032
Figc, l’altra faccia del caso Malagò: la grottesca vicenda della tessera è una resa dei conti politica | Il commento
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Premessa doverosa: chi scrive conosce Malagò per questioni professionali dai tempi in cui Giovannino era titolare della Roma RCB di calcio a cinque, squadra che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, dominò la scena nazionale, con quattro scudetti di fila. Poi, un lungo buio, fino all’elezione di “Megalò” alla presidenza del Coni e un brusco ritrovarsi nell’estate 2013, quando un articolo riguardante Pietro Paolo Mennea e i ritardi sui progetti per celebrare uno dei maggiori campioni di sempre dello sport italiano fece infuriare Giovannino. Il confronto, nella serata del Golden Gala, portò al chiarimento e alla normalizzazione dei rapporti, sempre entro il perimetro dell’area professionale: niente pranzi, niente cene, niente vongole sgusciate, neppure un caffè.

Ora, chiusi i fasti del Coni, eccoci all’ennesimo capitolo della vita di Malagò, eletto presidente della Federcalcio il 22 giugno 2026 e travolto dalla vicenda del mancato tesseramento (articolo 29, comma 1 dello Statuto della Figc) che potrebbe portare al commissariamento dell’organizzazione, rimettendo in discussione, alle estreme conseguenze, l’intero governo del pallone. Una situazione, se non surreale, grottesca: all’estero già ridono. Ricordato che prima delle elezioni dello scorso 22 giugno la candidatura di Giovannino fu giudicata valida dal segretario generale della Lega Marco Brunelli, s’impone una domanda: che cosa avrebbe dovuto fare Malagò per mettersi in regola? Tesserarsi per il Pizzighettone, il Pescatori Ostia o il Sestri Levante? Suvvia, fa ridere che l’ex presidente del Coni, nonché attuale membro Cio, debba acquisire una tessera per candidarsi alla presidenza della Federcalcio. Tant’è, però, in un’Italia dove non c’è mai un limite al ridicolo è chiarissimo che la vera ragione di fondo di questa storia non sia il mancato rispetto delle regole, ma una resa dei conti invocata dalla politica.

Del resto, quando si parla di tessere, la politica è maestra. Giovannino, tra i suoi peccati – alcuni reali, come la falsificazione dello statino universitario, gli abusi edilizi commessi nella sua villa di Sabaudia, un paio di procedimenti nei suoi confronti conclusi con l’archiviazione e una certa disinvoltura nei rapporti umani che lo ha portato a usare con troppa facilità la parola “amico” –, deve farsi perdonare sicuramente quello di non possedere tessere di appartenenza. Malagò è buono per tutti, da sinistra a destra, e viceversa, salvo poi, quando sfugge di mano a chi vorrebbe sfruttare la sua persona, le sue relazioni e una sua certa leggerezza, buttarlo a mare.

Il ministro dello Sport Abodi. Quello dell’Economia Giorgetti. Una buona fetta di Fratelli d’Italia. Il settore duro e puro dei Cinquestelle. Non sono pochi i nemici che si è creato nel corso del tempo Malagò. In tanti hanno le loro buone ragioni per vendicarsi e affondarlo: chi per antipatia, chi per dissenso, chi perché lontano anni luce dal suo mondo. Chi, semplicemente, per invidia nei confronti di un personaggio ricco, famoso, gaudente e simbolo della Roma santa e dannata. Anche il fuoco amico da lui evocato in questi giorni vuole affondarlo. È la storia della nostra Italia. Nulla di nuovo.

Ma se invece andiamo a ragionare sul merito, qualcosa va riconosciuto a “Megalò”. Sotto la sua presidenza, l’Italia ha fatto un filotto di medaglie nelle tre Olimpiadi estive del suo mandato: 28 (8 ori, 12 argentini e 8 bronzi, nono posto in classifica generale) a Rio 2016; 40 (10 ori, 10 agenti e 20 bronzi, 10° posizione) a Tokio 2020/2021; 40 (12 ori, 13 argenti e 15 bronzi, 10° posto) a Parigi 2024. In quelle invernali, la crescita è stata costante, fino al boom di Milano-Cortina 2026, con la quarta posizione e 30 medaglie (10 ori, 6 argenti e 14 bronzi). Milano-Cortina, per dovere di cronaca, edizione riuscita, ma decisamente controversa, con spese ingenti che hanno sforato il budget, producendo impianti inutili e discussi come la famosa pista da bob (anche questa, sia chiaro, invocata dalla politica).

Se un dirigente sportivo va giudicato dal medagliere, Malagò è il numero uno in Italia: vince per distacco. Se poi guardiamo al benessere di alcune discipline esplose o risorte durante il suo mandato (tennis e atletica leggera), anche chi lo detesta cordialmente, come Angelo Binaghi (Federtennis), non può non riconoscerne i meriti. Malagò conosce la materia: dal calcio al nuoto, passando per la vela. Ma poi c’è un altro aspetto, ignorato nella narrazione che accompagna Malagò: ha riportato al centro dello sport italiano il professor Alessandro Donati, dopo trent’anni di emarginazione legati alle sue battaglie contro il doping. Un gesto di enorme portata, oltre che un sacrosanto riconoscimento.

Non sappiamo se Malagò potrà rimettere in sesto il disastrato calcio italiano, ma è abbastanza chiaro che sconfessare la sua elezione, certificata dal 68,58% dei voti e un totale di 343.084 preferenze, riporterà la federazione alla casella di partenza. Viene da ridere, perché al grottesco non c’è mai fine, che potrebbe essere lo stesso Malagò a svolgere l’eventuale ruolo del commissario. Tutto questo si sta consumando nel silenzio del centrosinistra: onorevole Berruto, membro della segreteria nazionale del PD con delega allo sport, perché non batte un colpo?

È immaginabile che cosa accadrà nelle stanze della maggioranza di governo, dove invece di pensare ai reali problemi degli italiani, c’è chi briga per prendere il controllo del calcio: in caso di caduta di Malagò, si aggiungerà l’ennesima casella nella mappa del potere. Il nuovo presidente sarà sotto scacco della politica attuale, con conseguenze persino sul versante internazionale. Una delle mosse fatte da Malagò nei suoi primi mesi di presidenza è stata infatti la presa di distanza dal grande capo della Fifa Gianni Infantino e dall’universo MAGA. Malagò non è Che Guevara, ma non appartiene a quel mondo.

Tornerà tutto in discussione e i tempi lunghi delle nostre miserie avranno, prevedibilmente, una prima conseguenza. L’Italia rischia infatti di giocarsi l’organizzazione dell’Europeo 2032, da programma in tandem con la Turchia. Siamo già in ritardo con gli stadi. Aggiungere nuovi rallentamenti, legati a una grottesca storia di tessere, potrebbe consegnare l’intero torneo a Erdogan. Per il nostro sport, già umiliato dalla mancata assegnazione dei mondiali di atletica del 2029 e del 2031, un’altra figuraccia. L’ennesima, nel calcio, dopo le tre Coppe del Mondo bucate di fila.

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