Il 22 dicembre saranno passati 25 anni da quella terribile sera nella quale Chico Mendes venne ucciso a 44 anni sull’uscio della sua umile casa a Xapurì, nello stato amazzonico dell’Acre. Ucciso perché si opponeva alla distruzione della foresta e difendeva i diritti elementari dei popoli che vivono dei suoi prodotti.

Una delegazione composta da Jorge Viana (oggi vicepresidente del Brasile, attivista ecologico ai tempi di Chico) e da Luiz Ceppi (un saronnese parroco della cittadina di cui Chico era segretario della locale Camera del Lavoro) sta visitando il nostro Paese. Viana e Ceppi, che sono stati ricevuti venerdì scorso a Roma da Papa Francesco e dal Segretario della Fao, parteciperanno in settimana a iniziative pubbliche a Cantù, Magenta, Monza, Reggio Emilia, Modena e Milano (il calendario completo su www.energiafelice.it) per ricordare l’insegnamento e l’attualità del più eminente ambientalista dell’America Latina. E per non far dimenticare che per il grande capitale brasiliano e transnazionale (industrie minerarie e del legname, imprese di agro-business e grandi latifondi per l’allevamento di bovini) il territorio amazzonico continuerà a essere una frontiera di sfruttamento. Mentre per i popoli della foresta è luogo di produzione di risorse per la sopravvivenza e, soprattutto, uno spazio di costruzione sociale, di relazioni umane, di valori culturali e di un’etica della natura.

Il mogano in particolare è l’oro della selva: un singolo tronco di quest’albero rende circa 130.000 euro sotto forma di tavoli da pranzo venduti in eleganti negozi come da Harrods a Londra o sulla Quinta Strada a New York. Il taglio di alcune specie di alberi ad alto fusto è strettamente regolamentato secondo la legge dell’Acre, poiché gli alberi sono tagliati dai “madereiros” in misura ben maggiore della capacità rigenerativa dell’ecosistema. L’80% dell’esportazione dalle regioni fluviali è controllato da quattro multinazionali: la Dhl Nordisk (sospettata di legami con il commercio di armi), la Aljoma Lumber, la J. Gibson McIlvain Co Ltd e la Intercontinental Hardwoods Inc. I profitti della mogano-mafia sono incredibilmente alti: 1 metro cubo viene venduto a 1500 euro, mentre gli indigeni per la stessa quantità sono pagati non più di 35 euro.

Oggi meno del 4% del legname estratto in forme sostenibili dalle foreste dell’Acre viene lavorato in loco. Vengono realizzati prodotti con basso valore aggiunto, a causa dell’arretratezza tecnica nella loro lavorazione. Ciò impedisce il raggiungimento dell’obiettivo di garantire uno sviluppo adeguato di reddito e occupazione in loco e provoca rassegnazione verso gli incendi criminalmente appiccati per dar spazio agli allevamenti bovini sul suolo disboscato. La battaglia di Chico continua tra tante difficoltà.

Io ho ricordi indelebili degli incontri a Xapuri, quando la Cgil Lombardia si impegnò a costruire la “Chasa da Chico”, più volte attaccata e incendiata dai suoi nemici, e riuscì a concludere un accordo sindacale che settuplicava (x7!) la paga dei raccoglitori di caucciù che consegnavano il semilavorato alla Pirelli. La stessa Pirelli, nelle more dell’accordo, fece trasportare e impiantare nel villaggio una macchina per tostare la castagna del Parà, commerciata poi attraverso i canali del commercio equosolidale. Bruna – mia moglie – ed io, fummo sorpresi dallo stato di abbandono della tomba del grande ambientalista nel cimitero assolato e con la gente del luogo la rivestimmo dei fiori della sua foresta.

Ricordo che al nostro arrivo, dopo trecento chilometri di strada impervia, gli uomini del paese erano tutti addormentati, con in mano o a terra bottiglioni di vino rosso “Don Bosco”, inviati loro dalla comunità veneta di Porto Alegre (sembra che fossero arrivati lì tre mesi dopo la spedizione e fossero stati tracannati ad una temperatura di 42 gradi). Al loro risveglio, la domanda che mi fece a bruciapelo il nipote di Chico, vestito della maglia del Corinthias, fu: “Come mai all’Inter, Ronaldo segna così poco?”. Gli regalammo una coperta di viaggio trafugata alla Tam, la compagnia aerea con cui eravamo arrivati a Manaus. Ci rispose che a lui ne portava una uguale proprio lo zio, ogni volta che ritornava da viaggi all’estero dove veniva premiato per le sue battaglie. Così, ci sentimmo meno in colpa per il nostro piccolo furto, rispetto cui l’hostess aveva chiuso un occhio.