Come i bucatini all’amatriciana. Hanno già annunciato tutti, – nuovamente, dopo la decadenza nel Paese decaduto -, che faranno “la riforma della Giustizia”. Una politica cul-in-aria.

Se ci fate caso tutte le riforme annunciate, e mai realizzate, leggasi legge elettorale (ora compare pure il Matteum) sono pensate non nell’interesse della collettività ma nell’interesse loro. Di chi detiene il potere politico ed economico e non intende mollarlo. Perché non c’è coincidenza alcuna tra interesse oligarchico e interesse della Polis. Mi pare oramai ben evidente.

E tutto questo agitarsi spiega solo come nelle “larghe intese” ci sia chi invochi la riforma più utile alla propria sub oligarchia.

Come ho già scritto più volte la riforma della Giustizia è certamente una priorità assoluta. Senza una Giustizia compiuta, efficiente e dunque anche celere, continuiamo ad avere: un sistema incompiuto di tutela dei diritti (fondamentali ed anche di quelli delicati, quali il diritto al credito, oppure il diritto alla trasparenza); un perenne sistema di corruzione che incancrenisce la società civile e compromette qualsiasi crescita c.d. economica, privilegiando i furbi, falsando le regole del libero mercato, annichilendo la spinta meritocratica, dopando la spesa pubblica; una profonda sfiducia verso le istituzioni, rappresentate certo dall’immagine della giustizia in primis; una sfiducia da parte degli investitori esteri, che si paga anche con il tanto invocato spread, atteso che nessun folle verrebbe ad investire in un paese nel quale non c’è certezza del diritto (a fronte del repentino e funambolico cambio di rotta del legislatore, a seconda degli umori e della convenienza elettorale, non da ultimo a seconda del tornaconto di alcune lobby di potere occulte).

E che non vi sia alcuna certezza del diritto nella c.d. culla del diritto (è paradossale ma è proprio così), lo dimostrano tante condotte: si adopera volutamente un linguaggio “normativo” spesso ambiguo o astratto; si assiste ad una sovrabbondante produzione giurisprudenziale che rasenta l’arbitrio e dunque ben oltre la discrezionalità interpretativa, spesso in contraddizione tra gli stessi giudici appartenenti alla stessa giurisdizione e in contrapposizione tra Giudice Ordinario e Giudice Amministrativo, ove non si contendano questi ultimi pure la giurisdizione così arrecando un vuoto di tutela imbarazzante; si è ostaggi di un legislatore che da tempo silenziosamente si adopera per realizzare un insidioso sistema di legalità formale che sottende un pericoloso sistema di illegalità sostanziale (si pensi all’uso della prescrizione; alla ipertrofica procedimentalizzazione, dunque di fatto burocratizzazione, di alcuni procedimenti a partire dal contenuto degli atti e delle formule sino alla notifica, dalla iscrizione a ruolo sino ai passaggi successivi che spesso minano sin dall’origine il raggiungimento dello scopo degli atti); il tutto condito da un sistema binario nel quale la Pubblica Amministrazione continua ad avere un ruolo privilegiato (seppur non dichiaratamente) dinanzi al Giudice tributario e al Giudice amministrativo e dove, ancor oggi, se risulti vittorioso ti tocca pagarti comunque le spese (con la irritante formula “compensazione delle spese” poiché implicitamente è meglio non gravare le spese della collettività, condannando però il privato a subire un’ingiustizia).    

La riforma invocata dalle larghe intese è quella smozzicata e sussurrata ma che i più attenti hanno ben compreso nei suoi punti fondamentali: a) forte riduzione dell’autonomia della magistratura affinché non eserciti più un libero controllo sulle malefatte della politica; b) conseguente al primo, divisione rigida tra carriere di Pm e Gip; c) modifica della responsabilità civile dei magistrati tale da poterli intimidire ab initio; d) ulteriore indebolimento dell’efficienza giustizia con una costante riduzione dei fondi ivi destinati e l’introduzione di tecniche deflattive.

L’ultimo punto, occorre dare atto a questi lestofanti, come sia già stato quasi compiuto con: la soppressione a raso di una trentina di tribunali e analoghe procure, centinaia di sezioni distaccate, oltre 650 giudici di pace, incuranti che molti di questi fossero efficienti e veri presidi di legalità; l’aumento vertiginoso delle spese di giustizia in danno dei meno abbienti; l’imposizione della mediazione obbligatoria (che ti può paralizzare l’azione giudiziaria per 3 mesi) e altre misure deliranti.

Peccato che lo sfacelo interessi il processo civile che a sua volta costituisce il 75% circa del contenzioso giudiziario, vero vulnus per i cittadini. Ma ai lestofanti politicanti interessa la vera riforma: quella penale. Perché è quella, che temono.